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Il volo della tartaruga marina – Reportage a Saint-Barthélemy, cover story su Latitudes Travel Magazine

French West Indies (Caribbean Sea) - Island of Saint BarthŽlemy

 

Saint-Barthélemy, la Saint-Tropez dei Caraibi, è una delle perle delle Antille Francesi incastonata nel gruppo di isole che delimitano il versante orientale del mar dei Caraibi. L’isola è una delle più esclusive del pianeta, e si vede. “La differenza sta in una piccola sfumatura – dice David, proprietario dell’Eden Rock, uno dei Relais & Châteaux più famosi del mondo – A Saint-Tropez tutti si mettono in mostra, qui a St. Barths si fa di tutto per non farsi notare”.

Capisco subito perchè, immergendomi in apnea, seguendo con movimenti lentissimi e silenziosi il volteggiare delle tartarughe marine, fotografando tra le formazioni coralline dove si rifugiano pesci di ogni specie e colore per sfuggire alle correnti impetuose. Oppure cercando le mie inquadrature nella natura bella e selvaggia dell’isola e degli isolotti che la circondano come un piccolo arcipelago.

French West Indies (Caribbean Sea) - Island of Saint BarthŽlemy

 

Spiagge bianchissime, sculture di corallo, fiori del Caribe, migliaia di conchiglie che tapezzano i fondali, paesaggi come tele dipinte, tramonti mozzafiato navigando di bolina, sentieri silenziosi tra le rocce battute dal vento. Si, comprendo perchè qui, tutto sommato, si rinunci alla mondanità. Forse seguendo un impulso atavico a fuggire, perdendosi (o meglio, ritrovandosi) nella natura mite, accogliente, rassicurante.

Seguite gli amici della Réserve Naturelle di Saint-Barthélemy e scoprirete i luoghi più belli e incontaminati dell’isola. Volgendo lo sguardo dalla parte giusta, le ville da sogno semi nascoste dalla vegetazione tropicale, i resort di grande charme, le boutiques, i ristoranti più stellati della Via Lattea scompariranno, cedendo il posto alle immagini di un paradiso ritrovato.

French West Indies (Caribbean Sea) - Island of Saint BarthŽlemy

 

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Le soldatesse italiane raccontano l’Afghanistan – Esclusivo su ELLE di maggio

L’Afghanistan visto attraverso gli occhi delle donne soldato italiane impegnate nella missione internazionale.

ELLE_Donne_Soldato_Maggio2013

Forti, determinate, addestrate. Si muovono in un ambiente difficile, pericoloso, spesso infido. Fanno lo stesso lavoro degli uomini, e non hanno né privilegi, né sconti sulle fatiche o sui rischi. Eppure la loro femminilità è intatta, inattaccabile dal caldo e dalla povere, protetta dalla divisa che indossano con pochissimo trucco e i capelli raccolti. Le ho viste, concentrate e silenziose, scortare e proteggere con le armi i propri compagni. Le ho viste sorridere ai bambini che giocano insieme a loro con curiosità e rispetto. Sono un punto di riferimento per le donne afghane che, specialmente nei villaggi e lontano dalle città, sono come creature di sabbia senza volto e senza voce. Troppe volte senza speranza.

ELLE_Cover_Maggio2013

 

 

 

 

 

 

 

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Reportage in Iran, cover story su Ulisse magazine di settembre

UN ORIENTE MOLTO VICINO

Il mio ultimo reportage sul numero di settembre di Ulisse, la rivista di bordo di Alitalia.

In copertina gli splendidi bassorilievi di palazzo Apadana nell’antica Persepoli. All’interno, un reportage di nove pagine, con un testo di Roselina Salemi, racconta il mio viaggio attraverso l’Iran di ieri e di oggi.

Il Grand Bazaar, palazzo Golestan e l’immensa Azadi square a Teheran, le moschee di Isfahan, le colonne slanciate e i preziosi bassorilievi della città di Dario e di Serse. Attraverso la regione del Caspio, passando per Shiraz, Na’in e i suoi magnifici tappeti, da Naqsh-e Rostam fino alle torri del vento di Yazd e i villaggi nel deserto. Luoghi, gente e atmosfere sospesi tra Oriente e Occidente.

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Le giornaliste di Herat e il reportage in Afghanistan su ELLE

I ritratti delle coraggiose giornaliste afgane incontrate a Herat, con una cornice di immagini di reportage scattate a Shindand e nella regione del Gulistan, su Elle di giugno.

Con i soldati italiani, con le truppe afgane, nelle basi avanzate, da solo per le strade trafficatissime di Herat tra gli antichi minareti, nei bazar, con i pellegrini in preghiera nella grande moschea del Venerdì, nei vicoli silenziosi della Città Vecchia sorvegliata dai bastioni della Cittadella. Sulle orme di Robert Byron, tra i monumenti di quella che è stata la splendida capitale dell’Impero di Tamerlano.

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Professione Reporter, Donne giornaliste oggi a Herat

Gli obiettivi fondamentali che le Nazioni Unite vogliono raggiungere e valorizzare in Afganistan sono tre, dice il portavoce di UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) a Herat: le Donne, i Giovani, l’Informazione. Seeta Habibi li impersona tutti. Seeta ha 23 anni, è nata nella provincia di Farah, i suoi genitori sono due ufficiali dell’Afghan National Police. Durante gli anni del potere dei Talebani la famiglia si era rifugiata in Iran. Oggi Seeta vive e lavora a Herat, è una giovane giornalista molto attiva, particolarmente impegnata nella difesa dei diritti delle donne afgane.

Ci sono diverse radio indipendenti a Herat dove lavorano giornaliste afgane. Ne incontro alcune nella redazione di Radio Killid, poi la mia attenzione viene catturata da in gruppo di giovani, maschi e femmine insieme, che partecipano ad una lezione di giornalismo per ragazzi. “The Children Journalism Training Class” è un progetto per divulgare la professione del giornalismo tra le giovani generazioni. In questa classe ci sono 17 studenti e la maggior parte di loro sono donne. Un ragazzino mi guarda mentre fotografo. Ha una camicia azzurra e il nodo della cravatta che spunta dal gilet, sembra già un vero professionista che si appresta al lavoro in redazione. Le ragazze con i loro volti attenti e il capo coperto guardano in basso, sono tranquille e un poco intimorite dalla mia presenza. Non riescono ancora a sostenere lo sguardo di un uomo.

Le donne del progetto “Video In Development Training” imparano a girare un video sotto la guida dell’unico uomo del gruppo, il loro regista Moahammad. Il progetto fa parte delle iniziative di Shokouh, un’organizzazione no-profit sostenuta dal Provincial Reconstruiction Team di Herat, sotto il comando dei militari italiani. Fotografo le donne davanti alla  palazzina del PRT danneggiata durante l’attacco suicida del 30 maggio 2011, quando un commando di talebani si lanciò verso l’ingresso con un’auto imbottita di esplosivo. Il bilancio  della tragedia fu di 4 morti e 24 feriti, tra cui 5 soldati italiani.

Massoma ha trent’anni, è una reporter di “Voice of Freedom”, un giornale edito dalla forza multinazionale ISAF. La incontro in città per un breve colloquio e le offro un passaggio sul mio taxi. Massoma ha una Nikon e un piccolo registratore con sé, deve realizzare un servizio su una nuova strada che si sta costruendo in città. Arrivati sul posto, scende dall’auto e scatta velocemente alcune foto. Poi intervista alcuni lavoratori visibilmente sorpresi dalla sua intraprendenza. Si vede che non sono abituati a parlare con una donna in pubblico. Sono giovani, sorridono mentre fotografo la scena. La strada è piuttosto trafficata all’ora di pranzo. Herat è situata lungo la Via della Seta, da secoli è la città commercialmente più importante dell’Afganistan. Alcuni uomini di passaggio a bordo delle loro motociclette ci guardano. Massoma cerca di apparire tranquilla e mi fa cenno di fare presto. Saliamo sul taxi, lei si rilassa sul sedile posteriore guardando fuori dal finestrino mentre io, seduto accanto al mio autista, scatto un’ultima foto con il suo viso incorniciato dal velo.

Enzo Signorelli © 2011-2012

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[www.enzosignorelli.net]

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Realtà Virtuale – Alcune considerazioni sulla fotografia digitale

La fotografia digitale ha dei grandi meriti. Ha ridotto l’inquinamento da prodotti chimici usati per sviluppare, ha incrementato le vendite di computer, ha permesso di stampare giornali a basso costo, ha trasformato i matrimoni in happening dove gli invitati si fotografano a vicenda, ha messo tutti in grado di portare a casa foto decenti dai viaggi. E altro ancora.

La fotografia digitale ha salvato le amicizie. Ha abolito le temutissime proiezioni di diapositive della domenica sera, con colonna sonora stile Pink Floyd e commento dell’autore. Le ha sostituite con un più discreto e inoffensivo album virtuale su Flickr. Una cosa comodissima: si manda un link ad una rubrica grande quanto l’elenco del telefono e finisce lì. Più tardi, il pubblico ignaro, in pantofole nella quiete della propria casa, potrà decidere se aprirlo oppure no. E nessuno controlla…

La fotografia digitale costa poco. Ha avuto il grande merito di rendere popolare se stessa, più che negli anni Settanta. E’ vero che è più facile pilotare un aereo da guerra che conoscere tutte le funzioni di una reflex. Niente paura, ci sono i workshop tecnici. Corsi per conoscere le attrezzature, per fare la post produzione al computer, per stampare, per ritoccare… La vostra reflex, acquistata con tante acrobazie di bilancio familiare proprio una settimana prima delle vacanze, ha un manuale utente di quattrocento pagine, fitto fitto? Tranquilli, chi vi ha venduto il prezioso oggetto vi farà un workshop calibrato proprio per il vostro modello. Pazienza se costa la metà di quanto avete speso per la fotocamera. E’ il giusto prezzo del progresso…

Il merito più grande della fotografia digitale è quello di aver fatto rinascere il reportage. Non serve saper cogliere l’attimo come Werner Bischof, né conoscrere la luce e il colore come Hernst Haas. Niente paura, ci pensa Raw, Photoshop, Alien Skin. E così, immagini scattate in giornate di pioggia monsonica, riprese fatte a mezzogiorno, reportage che arrivano da città soffocate dallo scirocco che sbianca l’aria e smorza i colori diventano sequenze degne di un film di Tarantino, di Indiana Jones e Tomb Raider. Vedrete colori fantastici (nel senso che non esistono in natura), contrasti mozzafiato, dettagli che l’occhio non è capace di distinguere, saturazioni che fanno esplodere i monitor. Non crederete ai vostri occhi, vi sentirete immortali…

Tempo fa guardavo un servizio fotografico realizzato in Kosovo da un reporter di grido. Sembrava Sin City tanto le atmosfere erano irreali, fantastiche. Ci sono stato in Kosovo. La luce balcanica umida e fredda per la maggior parte dell’anno, afosa d’estate, non aiuta molto le riprese. Ci vuole molta pazienza, fortuna e tanta esperienza per tirare fuori poche immagini d’effetto.

Allora questa non è fotografia. Potrebbe essere arte, è vero. Sicuramente è finzione, realtà virtuale manipolata da ore di post produzione al computer. Immagini inventate, scatti e sequenze di un altro mondo. La fotografia, quella vera, è documento. La fotografia è informazione, è anche denuncia. E’ un modo di vedere la realtà e di riportarla attraverso un procedimento molto fedele di ripresa e di stampa. Impiegando tecniche che non aggiungono nulla, anzi, che potrebbero togliere qualcosa, un dettaglio, una sfumatura di colore, se non si conoscono alla perfezione, se non vengono ben utilizzate. L’immagine si compone nel mirino di una reflex, non davanti a un monitor con una scheda grafica potente quanto un motore fuoribordo.

Invidio sempre di più i colleghi che scrivono. Ancora non esiste un software capace di trasformare un pezzo mediocre e incolore in un fondo di Sartori o di Scalfari della prima Repubblica, in un articolo (anche inventato) di Gabriel Garcia Márquez, in un reportage di Tiziano Terzani. Beati loro…

Enzo Signorelli

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