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Le soldatesse italiane raccontano l’Afghanistan – Esclusivo su ELLE di maggio

L’Afghanistan visto attraverso gli occhi delle donne soldato italiane impegnate nella missione internazionale.

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Forti, determinate, addestrate. Si muovono in un ambiente difficile, pericoloso, spesso infido. Fanno lo stesso lavoro degli uomini, e non hanno né privilegi, né sconti sulle fatiche o sui rischi. Eppure la loro femminilità è intatta, inattaccabile dal caldo e dalla povere, protetta dalla divisa che indossano con pochissimo trucco e i capelli raccolti. Le ho viste, concentrate e silenziose, scortare e proteggere con le armi i propri compagni. Le ho viste sorridere ai bambini che giocano insieme a loro con curiosità e rispetto. Sono un punto di riferimento per le donne afghane che, specialmente nei villaggi e lontano dalle città, sono come creature di sabbia senza volto e senza voce. Troppe volte senza speranza.

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Reportage in Iran, cover story su Ulisse magazine di settembre

UN ORIENTE MOLTO VICINO

Il mio ultimo reportage sul numero di settembre di Ulisse, la rivista di bordo di Alitalia.

In copertina gli splendidi bassorilievi di palazzo Apadana nell’antica Persepoli. All’interno, un reportage di nove pagine, con un testo di Roselina Salemi, racconta il mio viaggio attraverso l’Iran di ieri e di oggi.

Il Grand Bazaar, palazzo Golestan e l’immensa Azadi square a Teheran, le moschee di Isfahan, le colonne slanciate e i preziosi bassorilievi della città di Dario e di Serse. Attraverso la regione del Caspio, passando per Shiraz, Na’in e i suoi magnifici tappeti, da Naqsh-e Rostam fino alle torri del vento di Yazd e i villaggi nel deserto. Luoghi, gente e atmosfere sospesi tra Oriente e Occidente.

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Professione Reporter, Donne giornaliste oggi a Herat

Gli obiettivi fondamentali che le Nazioni Unite vogliono raggiungere e valorizzare in Afganistan sono tre, dice il portavoce di UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) a Herat: le Donne, i Giovani, l’Informazione. Seeta Habibi li impersona tutti. Seeta ha 23 anni, è nata nella provincia di Farah, i suoi genitori sono due ufficiali dell’Afghan National Police. Durante gli anni del potere dei Talebani la famiglia si era rifugiata in Iran. Oggi Seeta vive e lavora a Herat, è una giovane giornalista molto attiva, particolarmente impegnata nella difesa dei diritti delle donne afgane.

Ci sono diverse radio indipendenti a Herat dove lavorano giornaliste afgane. Ne incontro alcune nella redazione di Radio Killid, poi la mia attenzione viene catturata da in gruppo di giovani, maschi e femmine insieme, che partecipano ad una lezione di giornalismo per ragazzi. “The Children Journalism Training Class” è un progetto per divulgare la professione del giornalismo tra le giovani generazioni. In questa classe ci sono 17 studenti e la maggior parte di loro sono donne. Un ragazzino mi guarda mentre fotografo. Ha una camicia azzurra e il nodo della cravatta che spunta dal gilet, sembra già un vero professionista che si appresta al lavoro in redazione. Le ragazze con i loro volti attenti e il capo coperto guardano in basso, sono tranquille e un poco intimorite dalla mia presenza. Non riescono ancora a sostenere lo sguardo di un uomo.

Le donne del progetto “Video In Development Training” imparano a girare un video sotto la guida dell’unico uomo del gruppo, il loro regista Moahammad. Il progetto fa parte delle iniziative di Shokouh, un’organizzazione no-profit sostenuta dal Provincial Reconstruiction Team di Herat, sotto il comando dei militari italiani. Fotografo le donne davanti alla  palazzina del PRT danneggiata durante l’attacco suicida del 30 maggio 2011, quando un commando di talebani si lanciò verso l’ingresso con un’auto imbottita di esplosivo. Il bilancio  della tragedia fu di 4 morti e 24 feriti, tra cui 5 soldati italiani.

Massoma ha trent’anni, è una reporter di “Voice of Freedom”, un giornale edito dalla forza multinazionale ISAF. La incontro in città per un breve colloquio e le offro un passaggio sul mio taxi. Massoma ha una Nikon e un piccolo registratore con sé, deve realizzare un servizio su una nuova strada che si sta costruendo in città. Arrivati sul posto, scende dall’auto e scatta velocemente alcune foto. Poi intervista alcuni lavoratori visibilmente sorpresi dalla sua intraprendenza. Si vede che non sono abituati a parlare con una donna in pubblico. Sono giovani, sorridono mentre fotografo la scena. La strada è piuttosto trafficata all’ora di pranzo. Herat è situata lungo la Via della Seta, da secoli è la città commercialmente più importante dell’Afganistan. Alcuni uomini di passaggio a bordo delle loro motociclette ci guardano. Massoma cerca di apparire tranquilla e mi fa cenno di fare presto. Saliamo sul taxi, lei si rilassa sul sedile posteriore guardando fuori dal finestrino mentre io, seduto accanto al mio autista, scatto un’ultima foto con il suo viso incorniciato dal velo.

Enzo Signorelli © 2011-2012

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Master di Fotografia di Reportage con Enzo Signorelli

Canon Italia, Promofast e la rivista “Il Fotografo” lanciano il primo Master di Fotografia di Reportage con Enzo Signorelli.

Una settimana di incontri, lezioni, shooting, per conoscere la Fotografia di Reportage. Attraverso le esperienze dei docenti, dalla lettura dei portfolio, dalle conversazioni e dai racconti di viaggio, dall’analisi delle immagini scattate durante le sessioni fotografiche, studiando il lavoro dei grandi fotografi, percorreremo una via per imparare tecniche e segreti di uno dei modi più affascinanti per raccontare il mondo. Paesaggi e natura, volti e situazioni, personaggi famosi e gente comune, attualità e informazione, luci e ombre, forme, colori, storie, avvenimenti piccoli e grandi, momenti della vita di ogni giorno che fanno la storia del nostro pianeta. Tutto questo è Reportage.

E.S.

Masterclass in Sicilia dal 14 al 20 Novembre 2011

Informazioni e contatti con Enzo Signorelli: enzo@enzosignorelli.net (+39) 3356889498

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Afghanistan – Appunti per un reportage

Il C-130 dell’Aeronautica Militare è appena atterrato nella base di Camp Arena, a Herat. Ci sono molti militari ad aspettare i loro compagni di ritorno da una breve licenza in Italia, a casa. Alcuni arrivano per la loro prima missione in Afghanistan. Altri si abbracciano contenti di ritrovarsi. Ci sono volute parecchie ore di volo e una lunga sosta notturna nel caldo torrido di Abu Dhabi prima di arrivare a destinazione. Siamo a quasi mille metri di altitudine, il caldo è sopportabile, piuttosto secco, il cielo è bianco e l’aria sa di polvere. Una polvere antica, finissima, che entra dappertutto offuscando persino il sole del 34° parallelo a mezzogiorno.

Si parte subito, destinazione Shindand, a sud di Herat dove c’è la base operativa avanzata (Fob, forward operating base) che raggiungiamo al tramonto a bordo di due elicotteri americani Black Hawk armati con mitragliatrici. Dall’alto vedo le montagne antichissime di questa terra fatta di pietre e di sabbia. Attraversiamo in volo la Ring Road, la Asian Highway 1, la più importante via di comunicazione in Afghanistan, l’unica strada asfaltata del paese.

Il giorno dopo, di buon mattino, partenza per la Zeerko Valley dove si trova un avamposto di ISAF (International Security Assistance Force), la Safe House 1. Ritorniamo indietro attraversando un deserto di pietre dove la nostra colonna di mezzi blindati si muove agevolmente come un lungo serpente corazzato. Su un crinale all’orizzonte vedo i resti di una grande fortificazione vecchia di secoli, una muraglia di pietra che corre sulla montagna e che, lentamente, diventerà polvere. Nel pomeriggio visita al Women Council di Shindand, un’associazione che offre sostegno alle donne afghane vittime di guerra, vedove, abbandonate dalle famiglie, diseredate. Ci sono anche due nostre soldatesse, con il capo coperto, che ascoltano attente le richieste delle donne. Molte di loro sono madri, ospiti del centro con i loro piccoli. I bambini giocano intorno, sorridono mentre i nostri militari scaricano, con discrezione, alimenti e generi di prima necessità. Il generale Claudio Berto, comandante del Regional Commad West di ISAF ci tiene a ricordare che siamo in Afghanistan per proteggere la popolazione, non per combattere una guerra.

Il giorno successivo siamo a nord di Shindand, nel distretto di Adraskan. A breve ci saranno le elezioni politiche in Afghanistan e i nostri soldati della Task Force Centre controllano che le attività nei seggi elettorali proseguano regolarmente. Più tardi, percorrendo una pista tra le colline sabbiose, raggiungiamo il villaggio dove vive Yasin, l’anziano della comunità che ci viene incontro con il suo turbante candido, lo sguardo sereno e un piccolo seguito. In breve, quasi tutti gli abitanti sono introno a noi. Le donne ci staranno guardando dalle finestre avvolte nell’oscurità, le bambine, curiose, si affacciano sulle porte delle case vestite di abiti coloratissimi. I soldati italiani ogni tanto fanno visita a questa gente ospitale, li hanno aiutati a costruire un pozzo d’acqua proprio al centro del villaggio da cui dipende la sopravvivenza dell’intera comunità e di quelle vicine.

Nella notte partiamo per una ricognizione lungo la Ring Road a bordo di una colonna di mezzi blindati pesanti. I militari incontrano i poliziotti afghani dell’ANP (Afghan National Police) che presidiano, giorno e notte, i posti di controllo lungo l’arteria principale del paese. Non passa nessuno, non c’è alcuna luce, la più piccola sorgente luminosa potrebbe aiutare un cecchino appostato a trovare un bersaglio. Il silenzio e l’immobilità intorno sono assoluti. Si parla a voce bassa mentre sopra di noi uno dei più luminosi e limpidi cieli stellati che ho mai potuto vedere ci avvolge indifferente. Poco dopo si affaccia la luna sopra le colline disegnando i profili dei mezzi disposti in posizione difensiva. Appena i miei occhi si sono abituati riesco a distinguere le sagome dei poliziotti afghani affacciati con i loro Kalashnikov dal tetto della postazione immersa nella quiete della notte. Sono contenti della nostra visita, non ne ricevono molte da quelle parti. Alcuni parlano tra di loro in tono sommesso, tenendo una sigaretta nascosta nel palmo della mano.

Torniamo a Herat e la mattina successiva ottengo il permesso di uscire dalla base di Camp Arena. Varco il cancello, esco da solo, senza elmetto, senza giubbotto antiproiettile, senza scorta armata. Ad attendermi trovo la mia guida, un ragazzo afghano di 25 anni, vestito dell’abito tradizionale bianco candido, e un giovane tassista, forse un parente. La sensazione di vuoto che avevo provato percorrendo a piedi la zona di sicurezza, tra il cancello della base e la strada, svanisce. Comincia il mio reportage a Herat, una delle più antiche e più belle città del paese. Strade piene di gente che si sposta continuamente, mercati e bancarelle dovunque, manifesti elettorali con volti femminili e barbe islamiche, piccoli taxi colorati a tre ruote che sfrecciano con il loro carico umano, motociclette, auto, il suono dei clacson, la grande moschea del Venerdì, i pellegrini arrivati dai villaggi per il Ramadan, tappeti, merci di ogni genere, la Cittadella, le Torri antiche della città che è stata di Alessandro Magno.

L’ultimo giorno raggiungiamo in volo la base operativa avanzata di Bala Morghab, al confine con il Turkmenistan, scortati da due elicotteri da combattimento A129 Mangusta. Appena gli elicotteri superano in volo tattico le colline deserte, aride e senza vita, entriamo nel paradiso della valle del fiume Morghab. All’improvviso compaiono dal nulla venti chilometri di terra fertile, villaggi, alberi, coltivazioni, greggi, bambini, mercati, gente. Ci sono anche i nostri soldati della Task Force North, trincerati negli avamposti calcinati dal sole a controllare e difendere i punti di accesso della valle dalle incursioni dei talebani. Affacciandomi dalla trincea vedo i territori sotto il loro controllo, immersi dalla luce accecante e nella calma apparente del pomeriggio.

© Enzo Signorelli 2010-2011

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Realtà Virtuale – Alcune considerazioni sulla fotografia digitale

La fotografia digitale ha dei grandi meriti. Ha ridotto l’inquinamento da prodotti chimici usati per sviluppare, ha incrementato le vendite di computer, ha permesso di stampare giornali a basso costo, ha trasformato i matrimoni in happening dove gli invitati si fotografano a vicenda, ha messo tutti in grado di portare a casa foto decenti dai viaggi. E altro ancora.

La fotografia digitale ha salvato le amicizie. Ha abolito le temutissime proiezioni di diapositive della domenica sera, con colonna sonora stile Pink Floyd e commento dell’autore. Le ha sostituite con un più discreto e inoffensivo album virtuale su Flickr. Una cosa comodissima: si manda un link ad una rubrica grande quanto l’elenco del telefono e finisce lì. Più tardi, il pubblico ignaro, in pantofole nella quiete della propria casa, potrà decidere se aprirlo oppure no. E nessuno controlla…

La fotografia digitale costa poco. Ha avuto il grande merito di rendere popolare se stessa, più che negli anni Settanta. E’ vero che è più facile pilotare un aereo da guerra che conoscere tutte le funzioni di una reflex. Niente paura, ci sono i workshop tecnici. Corsi per conoscere le attrezzature, per fare la post produzione al computer, per stampare, per ritoccare… La vostra reflex, acquistata con tante acrobazie di bilancio familiare proprio una settimana prima delle vacanze, ha un manuale utente di quattrocento pagine, fitto fitto? Tranquilli, chi vi ha venduto il prezioso oggetto vi farà un workshop calibrato proprio per il vostro modello. Pazienza se costa la metà di quanto avete speso per la fotocamera. E’ il giusto prezzo del progresso…

Il merito più grande della fotografia digitale è quello di aver fatto rinascere il reportage. Non serve saper cogliere l’attimo come Werner Bischof, né conoscrere la luce e il colore come Hernst Haas. Niente paura, ci pensa Raw, Photoshop, Alien Skin. E così, immagini scattate in giornate di pioggia monsonica, riprese fatte a mezzogiorno, reportage che arrivano da città soffocate dallo scirocco che sbianca l’aria e smorza i colori diventano sequenze degne di un film di Tarantino, di Indiana Jones e Tomb Raider. Vedrete colori fantastici (nel senso che non esistono in natura), contrasti mozzafiato, dettagli che l’occhio non è capace di distinguere, saturazioni che fanno esplodere i monitor. Non crederete ai vostri occhi, vi sentirete immortali…

Tempo fa guardavo un servizio fotografico realizzato in Kosovo da un reporter di grido. Sembrava Sin City tanto le atmosfere erano irreali, fantastiche. Ci sono stato in Kosovo. La luce balcanica umida e fredda per la maggior parte dell’anno, afosa d’estate, non aiuta molto le riprese. Ci vuole molta pazienza, fortuna e tanta esperienza per tirare fuori poche immagini d’effetto.

Allora questa non è fotografia. Potrebbe essere arte, è vero. Sicuramente è finzione, realtà virtuale manipolata da ore di post produzione al computer. Immagini inventate, scatti e sequenze di un altro mondo. La fotografia, quella vera, è documento. La fotografia è informazione, è anche denuncia. E’ un modo di vedere la realtà e di riportarla attraverso un procedimento molto fedele di ripresa e di stampa. Impiegando tecniche che non aggiungono nulla, anzi, che potrebbero togliere qualcosa, un dettaglio, una sfumatura di colore, se non si conoscono alla perfezione, se non vengono ben utilizzate. L’immagine si compone nel mirino di una reflex, non davanti a un monitor con una scheda grafica potente quanto un motore fuoribordo.

Invidio sempre di più i colleghi che scrivono. Ancora non esiste un software capace di trasformare un pezzo mediocre e incolore in un fondo di Sartori o di Scalfari della prima Repubblica, in un articolo (anche inventato) di Gabriel Garcia Márquez, in un reportage di Tiziano Terzani. Beati loro…

Enzo Signorelli

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