All posts by Enzo Signorelli

Professional photographer since 1982, journalist since 1987. More than three decades of Photojournalism and Industrial Photography. Focused on Reportage, Industry, Architecture, Art, Travel, People. [ www.enzosignorelli.net ] [ Twitter: @enzosignorelli ]

Una nuova avventura è cominciata: la coltivazione degli olivi alle pendici dell’Etna

Un esemplare di orchidea spontanea (Barlia robertiana) fiorita all’ombra dei fichidindia grazie al terreno non contaminato e all’ecosistema pressochè intatto. Sullo sfondo un olivo secolare della varietˆà Nocellara Etnea.

Sette anni in campagna

A volte le cose più importanti che facciamo nascono per caso, da coincidenze fortuite, qualche volta per gioco. Sette anni fa volevamo vendere una piccola proprietà  di famiglia, due ettari di terreno alle pendici dell’Etna con poco più un centinaio di alberi di olivo, molti dei quali con oltre un secolo di vita. Sono sopravvissuti ad un incendio disastroso divampato una quarantina di anni fa, alcuni olivi sono morti e rinati nei nuovi germogli opportunamente innestati. Altri si sono ripresi da soli, pochissimi non ce l’anno fatta, la maggior parte per fortuna ha resistito. Da quanto tempo coltiviamo questi olivi? Da più di un secolo. I racconti di mia madre, oggi quasi ottantenne, rimandano al bisnonno che ha fondato la proprietà – successivamente suddivisa tra quattro eredi – con un palmento antico, i fabbricati rurali, olivi, mandorli, pistacchi, fichidindia. Siamo in territorio di Ragalna, uno dei comuni del parco dell’Etna, zona di eccellenza per le olive D.O.P. Monte Etna dove i nostri alberi vivono in un ambiante incontaminato, molto difficile da coltivare. Gli alberi d’olivo, alcuni maestosi, crescono tra le rocce laviche, circondati da una vegetazione selvaggia e lussureggiante, arroccati in luoghi non proprio accessibili. Lavorare questa terra richiede molta fatica, senza contare i pericoli muovendosi tra rocce e antiche colate di lava ricoperte di muschi e licheni coloratissimi; bisogna fare tutto a mano spostandosi a piedi e portando in spalla gli attrezzi necessari e l’acqua: una faticaccia. Ma la fatica è stata sempre ripagata dal fascino e dalla silenziosità del paesaggio intatto e selvaggio, abbellito da migliaia di bulbi colorati che fioriscono lungo i sentieri, ciclamini che spuntano nelle zone più ombreggiate, funghi commestibili, verdure di campo (avete assaggiato i caliceddi?), asparagi selvatici buonissimi (quelli bianchi, molto prelibati), fichidindia che maturano prima di natale: gialli rossi e bianchi, i più dolci. Ci sono anche erbe aromatiche come la nepitella (mentuccia) che si usa in cucina e che possiede qualità medicinali – gli uccelli si riparano tra i ciuffi di questa pianta per curare le ferite -. La proprietà è abitata da conigli, tanti uccelli, un paio di donnole, un falchetto che controlla l’area credendosi un drone, qualche serpentello e pochissime, ormai molto rare, tartarughe di terra. In passato si faceva vedere anche una volpe.

Un tronco di olivo secolare con i caratteristici disegni e rilievi della corteccia.

In febbraio fioriscono le orchidee spontanee che crescono nei luoghi più freschi e riparati vicino agli ulivi. Sono della varietà  Barlia robertiana, l’orchidea di Robert (un botanico francese vissuto tra i ‘700 e l’800), di colore viola screziato di bianco e la tipica struttura a grappolo allungato. E’ un fiore abbastanza comune che è diventato raro, praticamente scomparso dalle nostra campagne troppo modificate dall’uomo. L’uso, spesso incontrollato, di pesticidi, trattori, motoseghe e mezzi meccanici ha modificato e irrimediabilmente stravolto un terreno bello e aspro frutto di una naturale trasformazione millenaria delle colate laviche dell’Etna. Tutto questo ha facilitato il lavoro dei contadini e dei piccoli produttori, ma ha praticamente distrutto l’habitat caratterizzato da una biodiversità unica e avvolgente che si trova solo alle pendici del nostro vulcano.

Olive della varietˆà Nocellara Etnea, una cultivar siciliana autoctona diffusa nella zona centro orientale. La Nocellara dell’Etna sopporta bene la carenza di acqua, di conseguenza  si adatta bene ai suoli vulcanici che sono ricchi di rocce e facilmente permeabili.

E poi c’è l’olio: molto più che biologico, delicato, naturale, sano. Il nostro olio extravergine profumato e saporito ha un bassissimo grado di acidità, grazie alle sostanze che si trovano nel terreno vulcanico che lo rendono stabile nel tempo. Conservato bene dura tranquillamente due o tre anni, un’abitudine necessaria tenuto conto che la coltivazione non intensiva che mettiamo in pratica prevede raccolti ogni due anni, quando va bene. Da noi non si fa uso di alcuna sostanza sul terreno, sugli alberi, sulle nostre olive. L’olio viene ottenuto dalla spremitura a freddo di olive Nocellara Etnea (che sono la maggior parte), mescolate con piccole quantità di varietà autoctone: Murghitana (Moresca), Pizzutella, Minnedda, Ugghiara, ormai entrate nel mio nuovo vocabolario di campagna. Ci sono anche modeste quantità di altre cultivar, piantate una ventina di anni fa in seguito ad un errore trasformatosi oggi in una risorsa, che danno gusto e aroma particolari all’olio. Ma questo è un nostro piccolo segreto…

Olio extravergine d’oliva appena molito a freddo. Si tratta di un blended molto prufumato con predominanza di olive Nocellara Etnea, piccole quantità di altre cultivar siciliane e alcune varietà antiche.

Torniamo all’inizio: un giorno mia madre mi convoca per dirmi che non ce la fa più a sostenere la gestione della proprietà e decidiamo di vendere. Qualcuno telefona per vedere la campagna, ma si scoraggia per le difficoltà e non troviamo un vero acquirente. Non rimane altro da fare: compro gli attrezzi necessari e parto in compagnia del nostro contadino per fargli da assistente durante la potatura, rimandata ormai da troppo tempo. Siamo in febbraio-marzo, i mesi più freddi dell’anno. Accendiamo il fuoco per riscaldarci la mattina mentre osservo pensieroso gli alberi con le chiome fittissime e troppo cresciute. Gli olivi con le radici che hanno spaccato la lava per trovare il nutrimento crescono rigogliosissimi, forti, abbeverati solo dall’acqua piovana che da queste parti è praticamente potabile grazie alla scarsa urbanizzazione, al traffico ridotto, all’assenza di fabbriche e attività commerciali.  Mi riscaldo presto lavorando con la mia prima scala il legno di castagno acquistata da un artigiano del luogo. È lunga oltre cinque metri – meglio un metro in più aveva suggerito il contadino, così andrà bene anche per gli alberi più alti – e pesa come un cristiano. La sera tornando a casa mi sdraiavo sul divano, solo un momento pensavo. Quasi sempre mi addormentavo lì, vestito e con le luci accese, dimenticandomi di cenare, riscaldato dal fuoco della stufa a  legna che ero riuscito a caricare con le ultime energie…

Alberi di olivo prima della potatura che viene praticata di norma ogni due anni, prevalentemente in inverno fino all’inizio della primavera. Alcuni preferiscono potare subito dopo la raccolta, specialmente se tardiva.

In campagna, almeno per noi, il pranzo è un rito, anche perché si tira il fiato. Seduti su dei tronchi sotto la chioma di un olivo, circondato da un comodo prato naturale, prendiamo dalle borse le vettovaglie e i cibi che si condividono su una tavola improvvisata, ma ricoperta da una tovaglia in cotone ricamato che doveva far parte di un antico corredo siciliano. Non usiamo stoviglie di plastica, che è assolutamente bandita; posate e piatti portati da casa, il coltellino per gli innesti o quello da caccia completano la dotazione necessaria. Si chiacchiera un poco, parlando del lavoro fatto o di quello da fare, condito da qualche pettegolezzo, da storielle di paese, da battute così per ridere. Il caffè non manca mai, caldo e fatto con la moka di casa. Dopopranzo la scala in durissimo legno di castagno diventa ancora più pesante da spostare, e anche braccia e gambe sembrano non rispondere a dovere, ma dura poco. Concentrarsi sul lavoro significa accorciare la giornata e non badare alla fatica. In realtà quelle giornate non volevo accorciarle mai. Rimasto solo, facevo ancora qualche lavoretto di rifinitura – avere un senso estetico è una bella cosa, ma può portare alla rovina -, oppure tagliavo un poco di legna da portare a casa. Sono sempre stato dell’idea, maturata certamente dalla mentalità contadina, che le risorse della campagna non vadano sprecate. Con poco lavoro supplementare recupero il legno d’olivo delle potature, che è ottimo da ardere dopo la giusta stagionatura, oppure il legno degli alberi che vanno ridimensionati, contribuendo a riscaldare le nostre case grazie a stufe e camini. Praticamente senza alcun impatto ambientale, raggiungo il massimo comfort con un risparmio energetico che si avvicina al 40%.

Mandorli in fiore illuminati dalla luce calda del tramonto. Nelle piantagioni di olivo anticamente si usava piantare anche alberi di mandorlo, di diverse varietà, per il consumo domestico, per la preparazione di dolci, per la vendita a laboratori di pasticceria specializzati nella produzione di paste di mandorla e confetti nunziali.

Se dovessi esprimere con una sola parola tutto quello che ho visto, che ho trovato, che ho annusato, che ho condiviso, che esiste in questo fazzoletto di terra tra gli olivi, il termine giusto è: equilibrio. Già, l’equilibrio. Quello della natura, con un piccolo intervento dell’uomo che vi ha impiantato sopra le proprie coltivazioni. Un equilibrio biodinamico che l’uomo, da solo, non potrà mai ricreare. Un equilibrio, anche interiore, che con fatica e tantissima soddisfazione cerco di conservare fino a quando ne avrò la forza.

© Enzo Signorelli 2018

Riproduzione riservata

 

From the Eastern Side of the Sacred River – Reportage in Jordan

Smoking hookah at sunset in front of the Monastery in Petra. El Deir, also known as ‘The Monastery’, is a monumental building carved out of rock in the ancient Jordanian city of Petra. Established around the 4th century BC, Petra was the capital city of the nomadic Arab Nabataeans. Discovered only in the 1812 by Swiss traveller and geographer Johann Ludwig Burckhardt, Petra is one of the most relevand UNESCO World Heritage Site and is also one of the New7Wonders of the World.

I spent a whole day visiting Petra, the old city of Nabataeans in Jordan, and I got well why it is one of the Seven Wonders of the world. I can’t imagine the incredible feelings of the explorer who discovered it on 1812. But I remember well my sensations, when I smoked the hookah in front of the Monastery, waiting for the red-gold light at sunset. The Jordan friend who rent the shisha gently refused my  money. ‘You are my guest’ – told me – and much probably he enjoyed the moment as well, sitting with me in front of this wonderful monument. While a slight breeze refreshed us and the shadows lengthening on the ground.

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Journey to Israel – A new reportage coming soon

Jerusalem – Afternoon prayers under the Wilson’s Arch at the Western Wall. Located to the left of the Wall, renovated on 2005, the covered area within Wilson’s Arch is part of men’s section. The area houses a Holy ark with the Torah scrolls, a library, heating for the winter and conditioning for the summer.  [©Enzo Signorelli photographer]

Crossing Israel – my pictures of Jerusalem, Tel Aviv, Negev, Dead Sea, Masada and Galilee. Along the Jordan River, looking for the roots of Humanity. From the Holy City of Jerusalem to the modern lifestyle in Tel Aviv, a photographic trip like a bridge beetween the past to the present. Give a sneak peek at NEOS Travel Journalists Society blog.

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Maria Domenica Rapicavoli oggi alla Fondazione Brodbeck di Catania – Vernissage

September 24th, 2017 – The artist Maria Domenica Rapicavoli at the vernissage of “Intimacies” (Mediterranean Civilization) – Brodbeck Foundation, Catania, Italy.

Maria Domenica non finisce di colpire la nostra immaginazione guidandoci attraverso la sua ultima installazione “Intimacies” tra percorsi di luce, di sabbia, di materia che simboleggiano (assai bene) la complessità e l’incertezza delle rotte e delle migrazioni che legano le coste nord africane a quelle dell’Europa e della Sicilia in particolare. L’artista, sempre più conosciuta con il suo acronimo MDR, efficace così come lo è la sintesi artistica che ci propone con questa sua interessantissima opera, illustra i (tanti) significati dei materiali impiegati con la serenità e la sicurezza a cui siamo piacevolmente abituati. E così la luce azzurrissima proiettata sulle pareti diventa cielo e mare. I fili di nylon tesi tra le pareti sono i percorsi invisibili dei droni e degli aerei miliari che sorvegliano il mare antistante le coste tunisine e libiche. Le pietre, le ossidiane di Lipari, le conchiglie fossili, tutte pazientemente raccolte dall’artista, si incastrano perfettamente con i marmi candidi tunisini e turchi. Le rotte sono fatte di polvere di pomice disposta sul pavimento, non a caso una materia leggerissima, quasi effimera, capace di fluttuare (nell’acqua) come i corridoi aperti nel mare dai barconi dei migranti.

Maria Domenica è un’artista ormai formata capace di trasferire al suo pubblico le proprie visioni con l’efficacia e la lucidità che provengono dalla sua grande forza interiore. Bravissima e serena (così la vedo io) comunica la sua arte come pochi riescono a fare nel panorama artistico contemporaneo. Quando andrete a visitare l’installazione seguite il suo consiglio: entrate nella grande sala bianca e rimaneteci per un po’, magari in silenzio. Vi accorgerete di dettagli non percepiti subito. Materia e significati prima nascosti prenderanno forma infondendo nello spettatore la gioia di aver compreso, in un attimo, qualcosa che era sotto i nostri sensi sin dall’inizio. E così il disegno, l’idea, diventeranno realtà.

 

© Enzo Signorelli

– Unauthorized reproduction prohibited –

 

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Industrial Photography – A New Website

Trento (Italy) - The Edison Hydroelectric Power Plant of Taio, near Santa Giustina Dam.
Trento (Italy) – The Edison Taio Hydroelectric Power Plant.

Factory never sleeps

My first corporate assignment was a reportage about the great oil refinery in Priolo, in the south of Italy. The petrochemical complex of Augusta-Priolo is an industrialized area, one of largest in Europe, located along the eastern coast of Sicily. The complex was built near the city of Siracusa, the ancient Greek town of Archimedes, listed by UNESCO as a World Heritage Site since 2005.

I have always been fascinated by the large and graphic industrial landscapes. I met many people in the workplaces, sometimes they were the subjects of my pictures. Furthermore, I have become friends with some of them: workers, engineers, technicians. They kept me company during the long photo sessions, night and day, seven days a week. The big factories never sleep…

After thirty years of Photography, and many others assignments, I am editing my reportages again. A selection of these now appears on a new website dedicated to my industrial photographs. Take a look, you are all very welcome!

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Lodz, Poland – A Promised Land in the New Europe

Lodz, Poland – Old vodka factory in ul. Kopcinskiego [©Enzo Signorelli photographer]
Lodz is an industrial town, the second largest in Poland, which was “a promised land” during the Industrial Revolution in the 19th century. These years have been well described in Andrzej Wajda’s movie, derived from the Wladyslaw Reymont’s book “Promised Land”. Reymont won the Nobel Award in 1927. Wajda in the ‘ 50 learnt at the prestigious National Film School in Lodz, where studied Krzysztof Kieslowski, Krzysztof Zanussi, also Roman Polanski. Arthur Rubinstein, one of the greatest pianists of the century, was also born in Lodz. I went to the town for a shooting about the factories of an important Italian company. I had a very poor knowledge of Lodz’s culture and its architecture. In Lodz there are neither tourists, nor souvenir of stores. Lodz is an ordinary working city. Today, following the inclusion of Poland in European Community, Lodz has become a promised land, once again, for buildings and modern industry. The old factories are being rebuilt and turned into offices, lofts, shopping centers and art galleries. Modern buildings and new factories are growing up near the Mittel-European boulevards, socialist blocks, liberty palaces in downtown, and the old brick factories. Monuments from the past, still living in the present.

Enzo Signorelli

© 2008-2014 Unauthorized Reproduction Prohibited

Lodz, Poland – Sports Hall in aleja Politechniki [©Enzo Signorelli photographer]
Lodz è una città industriale, la seconda per grandezza della Polonia, vera e propria “terra promessa” ai tempi della rivoluzione industriale. Quegli anni sono stati ben raccontati in un film di Andrzej Wajda, tratto dall’omonimo romanzo “Terra promessa” del premio nobel Wladyslaw Reymont. Wajda aveva studiato a Lodz nella prestigiosa scuola di cinematografia dove si sono formati Kieslowski, Polanski e tanti altri. A Lodz è nato uno dei più grandi pianisti del secolo: Arthur Rubinstein. Ero arrivato in città per fotografare alcuni stabilimenti di una grande società italiana e non sapevo del suo background culturale, né della sua particolare architettura. Del resto a Lodz non ci sono turisti, negozi di souvenir, avventurieri e prostitute negli hotel. E’ una città di lavoro, praticamente sconosciuta. Negli ultimi anni, con l’ingresso della Polonia nella Comunità Europea, Lodz è tornata ad essere, per la seconda volta in quasi due secoli, “terra promessa” per l’edilizia e per la grande industria moderna. E così le vecchie fabbriche di mattoni sono stati in parte riconvertiti in uffici, loft, centri commerciali, gallerie d’arte. Nuovi edifici e moderni stabilimenti sorgono accanto ai boulevard mitteleuropei, ai blocks del socialismo, ai palazzi liberty del centro, alle grandi fabbriche di mattoni dell’Ottocento. Monumenti di un’era non ancora conclusa.

© Enzo Signorelli

Tutti i diritti riservati

Lodz, Poland - Old factory demolition and rebuilding near aleja Politechniki [©Enzo Signorelli photographer]
Lodz, Poland – Old factory demolition and rebuilding near aleja Politechniki [©Enzo Signorelli photographer]
Lodz, Poland - Old advertising in ul. Tymienieckiego [©Enzo Signorelli photographer]
Lodz, Poland – Old advertising in ul. Tymienieckiego [©Enzo Signorelli photographer]
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Iran tra Oriente e Occidente

Iran Reportage 2012

A cosa si avvicina di più l’Iran di oggi? All’Oriente o all’Occidente? Con questa domanda, rimasta allora senza risposta, si era conclusa la conversazione con l’ambasciatore italiano che avevo appena incontrato nel suo studio privato a Teheran. Davanti a due tazze di buon caffè, Alberto Bradanini, oggi ambasciatore in Cina, aveva lanciato elegantemente diversi argomenti sul tappeto, regalandomi questo quesito accompagnato da una stretta di mano calorosa, e da un sorriso bonario.
Non ci volle molto tempo per comprendere le ragioni che lo avevano spinto a non aspettarsi da me una risposta immediata. Viaggiando attraverso l’Iran, tra Isfahan e Persepoli, da Na’in a Shiraz, dal mar Caspio a Yazd, mi rendevo sempre più conto di quanto fosse difficile rispondere alla domanda. Dov’era l’Oriente? E dove l’Occidente? Attraversando boschi come in Svizzera, campi dove germoglia il riso più pregiato del mondo, laghi grandi come mari e mari chiusi come laghi, passando dalle cupole d’oro delle moschee alle torri del vento delle città del deserto, dai palazzi di Dario e di Serse alla solennità dei monti Elburz. Tutto è grandissimo, tutto si riduce all’essenziale. La tomba di Ciro il Grande a Pasargadae, una costruzione di pietra come una ziggurat, alta appena undici metri. Il Gran Bazar di Teheran, un mercato che si snoda per oltre dieci chilometri nella parte meridionale della capitale. Città di milioni di abitanti, brulicanti di vita. Villaggi di sabbia avvolti dal silenzio. I magnifici palazzi imperiali, le steppe infinite, i piccoli caravanserragli trasformati in ristoranti trendy. Le mille spezie che rendono inebriante il cibo locale. Miliardi di maioliche colorate che ipnotizzano chi guarda le volte di una moschea antica. Le donne, truccatissime con il capo coperto ma non troppo, che guidano le auto lanciate a tutta velocità per i boulevard della frenetica capitale. La piazza Naqsh-e Jahàn a Isfahan, dove al tramonto di un venerdì d’estate si danno convegno persone di ogni estrazione ed età. Arrivano a migliaia per un picnic improvvisato, una preghiera, un gioco di bambini, un giro su una carrozza trainata da cavalli, una visita alla imponente moschea dell’Imam, una chiacchierata tra amici gustando un gelato distesi comodamente sull’erba…

Con l’accordo sul nucleare iraniano, siglato a Ginevra nella notte del 24 novembre 2013 tra l’Iran, Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania, di fatto si riapre il dialogo con gli Usa, interrotto dal 1979 dopo la rivoluzione dell’Ayatollah Khomeini. Oggi Oriente e Occidente si confondono e si mescolano ancora di più. Sarà sempre più difficile distinguerli?

Enzo Signorelli
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Il volo della tartaruga marina – Reportage a Saint-Barthélemy, cover story su Latitudes Travel Magazine

French West Indies (Caribbean Sea) - Island of Saint BarthŽlemy

 

Saint-Barthélemy, la Saint-Tropez dei Caraibi, è una delle perle delle Antille Francesi incastonata nel gruppo di isole che delimitano il versante orientale del mar dei Caraibi. L’isola è una delle più esclusive del pianeta, e si vede. “La differenza sta in una piccola sfumatura – dice David, proprietario dell’Eden Rock, uno dei Relais & Châteaux più famosi del mondo – A Saint-Tropez tutti si mettono in mostra, qui a St. Barths si fa di tutto per non farsi notare”.

Capisco subito perchè, immergendomi in apnea, seguendo con movimenti lentissimi e silenziosi il volteggiare delle tartarughe marine, fotografando tra le formazioni coralline dove si rifugiano pesci di ogni specie e colore per sfuggire alle correnti impetuose. Oppure cercando le mie inquadrature nella natura bella e selvaggia dell’isola e degli isolotti che la circondano come un piccolo arcipelago.

French West Indies (Caribbean Sea) - Island of Saint BarthŽlemy

 

Spiagge bianchissime, sculture di corallo, fiori del Caribe, migliaia di conchiglie che tapezzano i fondali, paesaggi come tele dipinte, tramonti mozzafiato navigando di bolina, sentieri silenziosi tra le rocce battute dal vento. Si, comprendo perchè qui, tutto sommato, si rinunci alla mondanità. Forse seguendo un impulso atavico a fuggire, perdendosi (o meglio, ritrovandosi) nella natura mite, accogliente, rassicurante.

Seguite gli amici della Réserve Naturelle di Saint-Barthélemy e scoprirete i luoghi più belli e incontaminati dell’isola. Volgendo lo sguardo dalla parte giusta, le ville da sogno semi nascoste dalla vegetazione tropicale, i resort di grande charme, le boutiques, i ristoranti più stellati della Via Lattea scompariranno, cedendo il posto alle immagini di un paradiso ritrovato.

French West Indies (Caribbean Sea) - Island of Saint BarthŽlemy

 

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Le soldatesse italiane raccontano l’Afghanistan – Esclusivo su ELLE di maggio

L’Afghanistan visto attraverso gli occhi delle donne soldato italiane impegnate nella missione internazionale.

ELLE_Donne_Soldato_Maggio2013

Forti, determinate, addestrate. Si muovono in un ambiente difficile, pericoloso, spesso infido. Fanno lo stesso lavoro degli uomini, e non hanno né privilegi, né sconti sulle fatiche o sui rischi. Eppure la loro femminilità è intatta, inattaccabile dal caldo e dalla povere, protetta dalla divisa che indossano con pochissimo trucco e i capelli raccolti. Le ho viste, concentrate e silenziose, scortare e proteggere con le armi i propri compagni. Le ho viste sorridere ai bambini che giocano insieme a loro con curiosità e rispetto. Sono un punto di riferimento per le donne afghane che, specialmente nei villaggi e lontano dalle città, sono come creature di sabbia senza volto e senza voce. Troppe volte senza speranza.

ELLE_Cover_Maggio2013

 

 

 

 

 

 

 

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Reportage in Iran, cover story su Ulisse magazine di settembre

UN ORIENTE MOLTO VICINO

Il mio ultimo reportage sul numero di settembre di Ulisse, la rivista di bordo di Alitalia.

In copertina gli splendidi bassorilievi di palazzo Apadana nell’antica Persepoli. All’interno, un reportage di nove pagine, con un testo di Roselina Salemi, racconta il mio viaggio attraverso l’Iran di ieri e di oggi.

Il Grand Bazaar, palazzo Golestan e l’immensa Azadi square a Teheran, le moschee di Isfahan, le colonne slanciate e i preziosi bassorilievi della città di Dario e di Serse. Attraverso la regione del Caspio, passando per Shiraz, Na’in e i suoi magnifici tappeti, da Naqsh-e Rostam fino alle torri del vento di Yazd e i villaggi nel deserto. Luoghi, gente e atmosfere sospesi tra Oriente e Occidente.

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