Afghanistan – Appunti per un reportage

Il C-130 dell’Aeronautica Militare è appena atterrato nella base di Camp Arena, a Herat. Ci sono molti militari ad aspettare i loro compagni di ritorno da una breve licenza in Italia, a casa. Alcuni arrivano per la loro prima missione in Afghanistan. Altri si abbracciano contenti di ritrovarsi. Ci sono volute parecchie ore di volo e una lunga sosta notturna nel caldo torrido di Abu Dhabi prima di arrivare a destinazione. Siamo a quasi mille metri di altitudine, il caldo è sopportabile, piuttosto secco, il cielo è bianco e l’aria sa di polvere. Una polvere antica, finissima, che entra dappertutto offuscando persino il sole del 34° parallelo a mezzogiorno.

Si parte subito, destinazione Shindand, a sud di Herat dove c’è la base operativa avanzata (Fob, forward operating base) che raggiungiamo al tramonto a bordo di due elicotteri americani Black Hawk armati con mitragliatrici. Dall’alto vedo le montagne antichissime di questa terra fatta di pietre e di sabbia. Attraversiamo in volo la Ring Road, la Asian Highway 1, la più importante via di comunicazione in Afghanistan, l’unica strada asfaltata del paese.

Il giorno dopo, di buon mattino, partenza per la Zeerko Valley dove si trova un avamposto di ISAF (International Security Assistance Force), la Safe House 1. Ritorniamo indietro attraversando un deserto di pietre dove la nostra colonna di mezzi blindati si muove agevolmente come un lungo serpente corazzato. Su un crinale all’orizzonte vedo i resti di una grande fortificazione vecchia di secoli, una muraglia di pietra che corre sulla montagna e che, lentamente, diventerà polvere. Nel pomeriggio visita al Women Council di Shindand, un’associazione che offre sostegno alle donne afghane vittime di guerra, vedove, abbandonate dalle famiglie, diseredate. Ci sono anche due nostre soldatesse, con il capo coperto, che ascoltano attente le richieste delle donne. Molte di loro sono madri, ospiti del centro con i loro piccoli. I bambini giocano intorno, sorridono mentre i nostri militari scaricano, con discrezione, alimenti e generi di prima necessità. Il generale Claudio Berto, comandante del Regional Commad West di ISAF ci tiene a ricordare che siamo in Afghanistan per proteggere la popolazione, non per combattere una guerra.

Il giorno successivo siamo a nord di Shindand, nel distretto di Adraskan. A breve ci saranno le elezioni politiche in Afghanistan e i nostri soldati della Task Force Centre controllano che le attività nei seggi elettorali proseguano regolarmente. Più tardi, percorrendo una pista tra le colline sabbiose, raggiungiamo il villaggio dove vive Yasin, l’anziano della comunità che ci viene incontro con il suo turbante candido, lo sguardo sereno e un piccolo seguito. In breve, quasi tutti gli abitanti sono introno a noi. Le donne ci staranno guardando dalle finestre avvolte nell’oscurità, le bambine, curiose, si affacciano sulle porte delle case vestite di abiti coloratissimi. I soldati italiani ogni tanto fanno visita a questa gente ospitale, li hanno aiutati a costruire un pozzo d’acqua proprio al centro del villaggio da cui dipende la sopravvivenza dell’intera comunità e di quelle vicine.

Nella notte partiamo per una ricognizione lungo la Ring Road a bordo di una colonna di mezzi blindati pesanti. I militari incontrano i poliziotti afghani dell’ANP (Afghan National Police) che presidiano, giorno e notte, i posti di controllo lungo l’arteria principale del paese. Non passa nessuno, non c’è alcuna luce, la più piccola sorgente luminosa potrebbe aiutare un cecchino appostato a trovare un bersaglio. Il silenzio e l’immobilità intorno sono assoluti. Si parla a voce bassa mentre sopra di noi uno dei più luminosi e limpidi cieli stellati che ho mai potuto vedere ci avvolge indifferente. Poco dopo si affaccia la luna sopra le colline disegnando i profili dei mezzi disposti in posizione difensiva. Appena i miei occhi si sono abituati riesco a distinguere le sagome dei poliziotti afghani affacciati con i loro Kalashnikov dal tetto della postazione immersa nella quiete della notte. Sono contenti della nostra visita, non ne ricevono molte da quelle parti. Alcuni parlano tra di loro in tono sommesso, tenendo una sigaretta nascosta nel palmo della mano.

Torniamo a Herat e la mattina successiva ottengo il permesso di uscire dalla base di Camp Arena. Varco il cancello, esco da solo, senza elmetto, senza giubbotto antiproiettile, senza scorta armata. Ad attendermi trovo la mia guida, un ragazzo afghano di 25 anni, vestito dell’abito tradizionale bianco candido, e un giovane tassista, forse un parente. La sensazione di vuoto che avevo provato percorrendo a piedi la zona di sicurezza, tra il cancello della base e la strada, svanisce. Comincia il mio reportage a Herat, una delle più antiche e più belle città del paese. Strade piene di gente che si sposta continuamente, mercati e bancarelle dovunque, manifesti elettorali con volti femminili e barbe islamiche, piccoli taxi colorati a tre ruote che sfrecciano con il loro carico umano, motociclette, auto, il suono dei clacson, la grande moschea del Venerdì, i pellegrini arrivati dai villaggi per il Ramadan, tappeti, merci di ogni genere, la Cittadella, le Torri antiche della città che è stata di Alessandro Magno.

L’ultimo giorno raggiungiamo in volo la base operativa avanzata di Bala Morghab, al confine con il Turkmenistan, scortati da due elicotteri da combattimento A129 Mangusta. Appena gli elicotteri superano in volo tattico le colline deserte, aride e senza vita, entriamo nel paradiso della valle del fiume Morghab. All’improvviso compaiono dal nulla venti chilometri di terra fertile, villaggi, alberi, coltivazioni, greggi, bambini, mercati, gente. Ci sono anche i nostri soldati della Task Force North, trincerati negli avamposti calcinati dal sole a controllare e difendere i punti di accesso della valle dalle incursioni dei talebani. Affacciandomi dalla trincea vedo i territori sotto il loro controllo, immersi dalla luce accecante e nella calma apparente del pomeriggio.

© Enzo Signorelli 2010-2011

Riproduzione riservata

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7 thoughts on “Afghanistan – Appunti per un reportage”

  1. Bravo Enzo, mi complimento. C’è ancora qualcuno che sa fare il nostro maledetto mestiere. Un abbraccio. Mario

  2. Che ti avevo raccomandato? A qualcosa servono i vecchi colleghi amici, chiacchierando davanti a un caffè…

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