Journey to Israel – A new reportage coming soon

Jerusalem – Afternoon prayers under the Wilson’s Arch at the Western Wall. Located to the left of the Wall, renovated on 2005, the covered area within Wilson’s Arch is part of men’s section. The area houses a Holy ark with the Torah scrolls, a library, heating for the winter and conditioning for the summer.  [©Enzo Signorelli photographer]

Crossing Israel – my pictures of Jerusalem, Tel Aviv, Negev, Dead Sea, Masada and Galilee. Along the Jordan River, looking for the roots of Humanity. From the Holy City of Jerusalem to the modern lifestyle in Tel Aviv, a photographic trip like a bridge beetween the past to the present. Give a sneak peek at NEOS Travel Journalists Society blog.

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Maria Domenica Rapicavoli oggi alla Fondazione Brodbeck di Catania – Vernissage

September 24th, 2017 – The artist Maria Domenica Rapicavoli at the vernissage of “Intimacies” (Mediterranean Civilization) – Brodbeck Foundation, Catania, Italy.

Maria Domenica non finisce di colpire la nostra immaginazione guidandoci attraverso la sua ultima installazione “Intimacies” tra percorsi di luce, di sabbia, di materia che simboleggiano (assai bene) la complessità e l’incertezza delle rotte e delle migrazioni che legano le coste nord africane a quelle dell’Europa e della Sicilia in particolare. L’artista, sempre più conosciuta con il suo acronimo MDR, efficace così come lo è la sintesi artistica che ci propone con questa sua interessantissima opera, illustra i (tanti) significati dei materiali impiegati con la serenità e la sicurezza a cui siamo piacevolmente abituati. E così la luce azzurrissima proiettata sulle pareti diventa cielo e mare. I fili di nylon tesi tra le pareti sono i percorsi invisibili dei droni e degli aerei miliari che sorvegliano il mare antistante le coste tunisine e libiche. Le pietre, le ossidiane di Lipari, le conchiglie fossili, tutte pazientemente raccolte dall’artista, si incastrano perfettamente con i marmi candidi tunisini e turchi. Le rotte sono fatte di polvere di pomice disposta sul pavimento, non a caso una materia leggerissima, quasi effimera, capace di fluttuare (nell’acqua) come i corridoi aperti nel mare dai barconi dei migranti.

Maria Domenica è un’artista ormai formata capace di trasferire al suo pubblico le proprie visioni con l’efficacia e la lucidità che provengono dalla sua grande forza interiore. Bravissima e serena (così la vedo io) comunica la sua arte come pochi riescono a fare nel panorama artistico contemporaneo. Quando andrete a visitare l’installazione seguite il suo consiglio: entrate nella grande sala bianca e rimaneteci per un po’, magari in silenzio. Vi accorgerete di dettagli non percepiti subito. Materia e significati prima nascosti prenderanno forma infondendo nello spettatore la gioia di aver compreso, in un attimo, qualcosa che era sotto i nostri sensi sin dall’inizio. E così il disegno, l’idea, diventeranno realtà.

 

© Enzo Signorelli

– Unauthorized reproduction prohibited –

 

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Industrial Photography – A New Website

Trento (Italy) - The Edison Hydroelectric Power Plant of Taio, near Santa Giustina Dam.
Trento (Italy) – The Edison Taio Hydroelectric Power Plant.

Factory never sleeps

My first corporate assignment was a reportage about the great oil refinery in Priolo, in the south of Italy. The petrochemical complex of Augusta-Priolo is an industrialized area, one of largest in Europe, located along the eastern coast of Sicily. The complex was built near the city of Siracusa, the ancient Greek town of Archimedes, listed by UNESCO as a World Heritage Site since 2005.

I have always been fascinated by the large and graphic industrial landscapes. I met many people in the workplaces, sometimes they were the subjects of my pictures. Furthermore, I have become friends with some of them: workers, engineers, technicians. They kept me company during the long photo sessions, night and day, seven days a week. The big factories never sleep…

After thirty years of Photography, and many others assignments, I am editing my reportages again. A selection of these now appears on a new website dedicated to my industrial photographs. Take a look, you are all very welcome!

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Lodz, Poland – A Promised Land in the New Europe

Lodz, Poland – Old vodka factory in ul. Kopcinskiego [©Enzo Signorelli photographer]
Lodz is an industrial town, the second largest in Poland, which was “a promised land” during the Industrial Revolution in the 19th century. These years have been well described in Andrzej Wajda’s movie, derived from the Wladyslaw Reymont’s book “Promised Land”. Reymont won the Nobel Award in 1927. Wajda in the ‘ 50 learnt at the prestigious National Film School in Lodz, where studied Krzysztof Kieslowski, Krzysztof Zanussi, also Roman Polanski. Arthur Rubinstein, one of the greatest pianists of the century, was also born in Lodz. I went to the town for a shooting about the factories of an important Italian company. I had a very poor knowledge of Lodz’s culture and its architecture. In Lodz there are neither tourists, nor souvenir of stores. Lodz is an ordinary working city. Today, following the inclusion of Poland in European Community, Lodz has become a promised land, once again, for buildings and modern industry. The old factories are being rebuilt and turned into offices, lofts, shopping centers and art galleries. Modern buildings and new factories are growing up near the Mittel-European boulevards, socialist blocks, liberty palaces in downtown, and the old brick factories. Monuments from the past, still living in the present.

Enzo Signorelli

© 2008-2014 Unauthorized Reproduction Prohibited

Lodz, Poland – Sports Hall in aleja Politechniki [©Enzo Signorelli photographer]
Lodz è una città industriale, la seconda per grandezza della Polonia, vera e propria “terra promessa” ai tempi della rivoluzione industriale. Quegli anni sono stati ben raccontati in un film di Andrzej Wajda, tratto dall’omonimo romanzo “Terra promessa” del premio nobel Wladyslaw Reymont. Wajda aveva studiato a Lodz nella prestigiosa scuola di cinematografia dove si sono formati Kieslowski, Polanski e tanti altri. A Lodz è nato uno dei più grandi pianisti del secolo: Arthur Rubinstein. Ero arrivato in città per fotografare alcuni stabilimenti di una grande società italiana e non sapevo del suo background culturale, né della sua particolare architettura. Del resto a Lodz non ci sono turisti, negozi di souvenir, avventurieri e prostitute negli hotel. E’ una città di lavoro, praticamente sconosciuta. Negli ultimi anni, con l’ingresso della Polonia nella Comunità Europea, Lodz è tornata ad essere, per la seconda volta in quasi due secoli, “terra promessa” per l’edilizia e per la grande industria moderna. E così le vecchie fabbriche di mattoni sono stati in parte riconvertiti in uffici, loft, centri commerciali, gallerie d’arte. Nuovi edifici e moderni stabilimenti sorgono accanto ai boulevard mitteleuropei, ai blocks del socialismo, ai palazzi liberty del centro, alle grandi fabbriche di mattoni dell’Ottocento. Monumenti di un’era non ancora conclusa.

© Enzo Signorelli

Tutti i diritti riservati

Lodz, Poland - Old factory demolition and rebuilding near aleja Politechniki [©Enzo Signorelli photographer]
Lodz, Poland – Old factory demolition and rebuilding near aleja Politechniki [©Enzo Signorelli photographer]
Lodz, Poland - Old advertising in ul. Tymienieckiego [©Enzo Signorelli photographer]
Lodz, Poland – Old advertising in ul. Tymienieckiego [©Enzo Signorelli photographer]
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Iran tra Oriente e Occidente

Iran Reportage 2012

A cosa si avvicina di più l’Iran di oggi? All’Oriente o all’Occidente? Con questa domanda, rimasta allora senza risposta, si era conclusa la conversazione con l’ambasciatore italiano che avevo appena incontrato nel suo studio privato a Teheran. Davanti a due tazze di buon caffè, Alberto Bradanini, oggi ambasciatore in Cina, aveva lanciato elegantemente diversi argomenti sul tappeto, regalandomi questo quesito accompagnato da una stretta di mano calorosa, e da un sorriso bonario.
Non ci volle molto tempo per comprendere le ragioni che lo avevano spinto a non aspettarsi da me una risposta immediata. Viaggiando attraverso l’Iran, tra Isfahan e Persepoli, da Na’in a Shiraz, dal mar Caspio a Yazd, mi rendevo sempre più conto di quanto fosse difficile rispondere alla domanda. Dov’era l’Oriente? E dove l’Occidente? Attraversando boschi come in Svizzera, campi dove germoglia il riso più pregiato del mondo, laghi grandi come mari e mari chiusi come laghi, passando dalle cupole d’oro delle moschee alle torri del vento delle città del deserto, dai palazzi di Dario e di Serse alla solennità dei monti Elburz. Tutto è grandissimo, tutto si riduce all’essenziale. La tomba di Ciro il Grande a Pasargadae, una costruzione di pietra come una ziggurat, alta appena undici metri. Il Gran Bazar di Teheran, un mercato che si snoda per oltre dieci chilometri nella parte meridionale della capitale. Città di milioni di abitanti, brulicanti di vita. Villaggi di sabbia avvolti dal silenzio. I magnifici palazzi imperiali, le steppe infinite, i piccoli caravanserragli trasformati in ristoranti trendy. Le mille spezie che rendono inebriante il cibo locale. Miliardi di maioliche colorate che ipnotizzano chi guarda le volte di una moschea antica. Le donne, truccatissime con il capo coperto ma non troppo, che guidano le auto lanciate a tutta velocità per i boulevard della frenetica capitale. La piazza Naqsh-e Jahàn a Isfahan, dove al tramonto di un venerdì d’estate si danno convegno persone di ogni estrazione ed età. Arrivano a migliaia per un picnic improvvisato, una preghiera, un gioco di bambini, un giro su una carrozza trainata da cavalli, una visita alla imponente moschea dell’Imam, una chiacchierata tra amici gustando un gelato distesi comodamente sull’erba…

Con l’accordo sul nucleare iraniano, siglato a Ginevra nella notte del 24 novembre 2013 tra l’Iran, Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania, di fatto si riapre il dialogo con gli Usa, interrotto dal 1979 dopo la rivoluzione dell’Ayatollah Khomeini. Oggi Oriente e Occidente si confondono e si mescolano ancora di più. Sarà sempre più difficile distinguerli?

Enzo Signorelli
© 2012-2014 – Riproduzione riservata
enzo@enzosignorelli.net
http://www.enzosignorelli.net

Il volo della tartaruga marina – Reportage a Saint-Barthélemy, cover story su Latitudes Travel Magazine

French West Indies (Caribbean Sea) - Island of Saint BarthŽlemy

 

Saint-Barthélemy, la Saint-Tropez dei Caraibi, è una delle perle delle Antille Francesi incastonata nel gruppo di isole che delimitano il versante orientale del mar dei Caraibi. L’isola è una delle più esclusive del pianeta, e si vede. “La differenza sta in una piccola sfumatura – dice David, proprietario dell’Eden Rock, uno dei Relais & Châteaux più famosi del mondo – A Saint-Tropez tutti si mettono in mostra, qui a St. Barths si fa di tutto per non farsi notare”.

Capisco subito perchè, immergendomi in apnea, seguendo con movimenti lentissimi e silenziosi il volteggiare delle tartarughe marine, fotografando tra le formazioni coralline dove si rifugiano pesci di ogni specie e colore per sfuggire alle correnti impetuose. Oppure cercando le mie inquadrature nella natura bella e selvaggia dell’isola e degli isolotti che la circondano come un piccolo arcipelago.

French West Indies (Caribbean Sea) - Island of Saint BarthŽlemy

 

Spiagge bianchissime, sculture di corallo, fiori del Caribe, migliaia di conchiglie che tapezzano i fondali, paesaggi come tele dipinte, tramonti mozzafiato navigando di bolina, sentieri silenziosi tra le rocce battute dal vento. Si, comprendo perchè qui, tutto sommato, si rinunci alla mondanità. Forse seguendo un impulso atavico a fuggire, perdendosi (o meglio, ritrovandosi) nella natura mite, accogliente, rassicurante.

Seguite gli amici della Réserve Naturelle di Saint-Barthélemy e scoprirete i luoghi più belli e incontaminati dell’isola. Volgendo lo sguardo dalla parte giusta, le ville da sogno semi nascoste dalla vegetazione tropicale, i resort di grande charme, le boutiques, i ristoranti più stellati della Via Lattea scompariranno, cedendo il posto alle immagini di un paradiso ritrovato.

French West Indies (Caribbean Sea) - Island of Saint BarthŽlemy

 

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Le soldatesse italiane raccontano l’Afghanistan – Esclusivo su ELLE di maggio

L’Afghanistan visto attraverso gli occhi delle donne soldato italiane impegnate nella missione internazionale.

ELLE_Donne_Soldato_Maggio2013

Forti, determinate, addestrate. Si muovono in un ambiente difficile, pericoloso, spesso infido. Fanno lo stesso lavoro degli uomini, e non hanno né privilegi, né sconti sulle fatiche o sui rischi. Eppure la loro femminilità è intatta, inattaccabile dal caldo e dalla povere, protetta dalla divisa che indossano con pochissimo trucco e i capelli raccolti. Le ho viste, concentrate e silenziose, scortare e proteggere con le armi i propri compagni. Le ho viste sorridere ai bambini che giocano insieme a loro con curiosità e rispetto. Sono un punto di riferimento per le donne afghane che, specialmente nei villaggi e lontano dalle città, sono come creature di sabbia senza volto e senza voce. Troppe volte senza speranza.

ELLE_Cover_Maggio2013

 

 

 

 

 

 

 

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Reportage in Iran, cover story su Ulisse magazine di settembre

UN ORIENTE MOLTO VICINO

Il mio ultimo reportage sul numero di settembre di Ulisse, la rivista di bordo di Alitalia.

In copertina gli splendidi bassorilievi di palazzo Apadana nell’antica Persepoli. All’interno, un reportage di nove pagine, con un testo di Roselina Salemi, racconta il mio viaggio attraverso l’Iran di ieri e di oggi.

Il Grand Bazaar, palazzo Golestan e l’immensa Azadi square a Teheran, le moschee di Isfahan, le colonne slanciate e i preziosi bassorilievi della città di Dario e di Serse. Attraverso la regione del Caspio, passando per Shiraz, Na’in e i suoi magnifici tappeti, da Naqsh-e Rostam fino alle torri del vento di Yazd e i villaggi nel deserto. Luoghi, gente e atmosfere sospesi tra Oriente e Occidente.

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Le giornaliste di Herat e il reportage in Afghanistan su ELLE

I ritratti delle coraggiose giornaliste afgane incontrate a Herat, con una cornice di immagini di reportage scattate a Shindand e nella regione del Gulistan, su Elle di giugno.

Con i soldati italiani, con le truppe afgane, nelle basi avanzate, da solo per le strade trafficatissime di Herat tra gli antichi minareti, nei bazar, con i pellegrini in preghiera nella grande moschea del Venerdì, nei vicoli silenziosi della Città Vecchia sorvegliata dai bastioni della Cittadella. Sulle orme di Robert Byron, tra i monumenti di quella che è stata la splendida capitale dell’Impero di Tamerlano.

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Professione Reporter, Donne giornaliste oggi a Herat

Gli obiettivi fondamentali che le Nazioni Unite vogliono raggiungere e valorizzare in Afganistan sono tre, dice il portavoce di UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) a Herat: le Donne, i Giovani, l’Informazione. Seeta Habibi li impersona tutti. Seeta ha 23 anni, è nata nella provincia di Farah, i suoi genitori sono due ufficiali dell’Afghan National Police. Durante gli anni del potere dei Talebani la famiglia si era rifugiata in Iran. Oggi Seeta vive e lavora a Herat, è una giovane giornalista molto attiva, particolarmente impegnata nella difesa dei diritti delle donne afgane.

Ci sono diverse radio indipendenti a Herat dove lavorano giornaliste afgane. Ne incontro alcune nella redazione di Radio Killid, poi la mia attenzione viene catturata da in gruppo di giovani, maschi e femmine insieme, che partecipano ad una lezione di giornalismo per ragazzi. “The Children Journalism Training Class” è un progetto per divulgare la professione del giornalismo tra le giovani generazioni. In questa classe ci sono 17 studenti e la maggior parte di loro sono donne. Un ragazzino mi guarda mentre fotografo. Ha una camicia azzurra e il nodo della cravatta che spunta dal gilet, sembra già un vero professionista che si appresta al lavoro in redazione. Le ragazze con i loro volti attenti e il capo coperto guardano in basso, sono tranquille e un poco intimorite dalla mia presenza. Non riescono ancora a sostenere lo sguardo di un uomo.

Le donne del progetto “Video In Development Training” imparano a girare un video sotto la guida dell’unico uomo del gruppo, il loro regista Moahammad. Il progetto fa parte delle iniziative di Shokouh, un’organizzazione no-profit sostenuta dal Provincial Reconstruiction Team di Herat, sotto il comando dei militari italiani. Fotografo le donne davanti alla  palazzina del PRT danneggiata durante l’attacco suicida del 30 maggio 2011, quando un commando di talebani si lanciò verso l’ingresso con un’auto imbottita di esplosivo. Il bilancio  della tragedia fu di 4 morti e 24 feriti, tra cui 5 soldati italiani.

Massoma ha trent’anni, è una reporter di “Voice of Freedom”, un giornale edito dalla forza multinazionale ISAF. La incontro in città per un breve colloquio e le offro un passaggio sul mio taxi. Massoma ha una Nikon e un piccolo registratore con sé, deve realizzare un servizio su una nuova strada che si sta costruendo in città. Arrivati sul posto, scende dall’auto e scatta velocemente alcune foto. Poi intervista alcuni lavoratori visibilmente sorpresi dalla sua intraprendenza. Si vede che non sono abituati a parlare con una donna in pubblico. Sono giovani, sorridono mentre fotografo la scena. La strada è piuttosto trafficata all’ora di pranzo. Herat è situata lungo la Via della Seta, da secoli è la città commercialmente più importante dell’Afganistan. Alcuni uomini di passaggio a bordo delle loro motociclette ci guardano. Massoma cerca di apparire tranquilla e mi fa cenno di fare presto. Saliamo sul taxi, lei si rilassa sul sedile posteriore guardando fuori dal finestrino mentre io, seduto accanto al mio autista, scatto un’ultima foto con il suo viso incorniciato dal velo.

Enzo Signorelli © 2011-2012

Riproduzione riservata

[www.enzosignorelli.net]

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