UN’OTTIMA ANNATA e IL REPORTAGE SUL NEW YORK TIMES

La campagna olearia 2020-21 ha raggiunto traguardi importanti, tra cui il conseguimento dell’Health Claim europeo per l’altro valore nutrizionale dei nostri extravergini. Continuano ad arrivare riconoscimenti prestigiosi in Italia e all’estero. Il più autorevole quotidiano del mondo ha pubblicato un reportage sui nostri oliveti antichi. Ecco il punto della situazione all’inizio del nuovo anno, e i programmi per il futuro.

A Nocellara Etnea secular olive tree in the olive grove of S. Maria di Licodia, Mount Etna, Italy.

Mi hanno fatto molte domande dalla redazione del New York Times prima di pubblicare il testo e le immagini di Marta Giaccone. Ero piacevolmente colpito da quanti dettagli volessero conoscere sul lavoro in oliveto, sicuro della meraviglia suscitata dall’ambiente lussureggiante, incontaminato e selvaggio dove vivono i nostri olivi secolari. Negli Stati Uniti c’è molta attenzione verso il Biologico, sulle preziose qualità nutrizionali di alcuni alimenti tra cui l’olio EVO. Ero certo che i colleghi d’oltreoceano fossero colpiti dal miscuglio di tradizione (in campo) e di tecnologia (in produzione) che caratterizza il nostro metodo di lavoro. E’ la prima volta che il grande giornale si occupa dell’olio etneo, ecco l’articolo: [ https://www.nytimes.com/2021/12/13/travel/mount-etna-olive-oil.html ]

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The New York Times Monday, December 13, 2021 homepage.

Sono stati davvero tanti i riconoscimenti attribuiti ai nostri extravergini e al mio lavoro. Slow Food premia due Grandi Oli Slow e concede la Chiocciola 2021 con la motivazione: “Per l’interpretazione dei valori organolettici, territoriali e ambientali in sintonia con la filosofia di Slow Food“. Sono 36 i produttori premiati in Italia, su 838 aziende selezionate in Guida Extravergini. Il Monocultivar di Nocellara Etnea, cru di contrada Mancusi, vince l’Orciolo d’Oro come Miglior IGP di LODO-Milano IOOC con il punteggio di 99,50 su 100. Giunto alla trentesima edizione l’Orciolo d’Oro, oggi LODO, è uno dei concorsi più prestigiosi e il più antico del mondo. Per il secondo anno consecutivo Bibenda-Fondazione Italiana Sommelier assegna le 5 Gocce ad uno dei nostri EVO, il Nocellara del Belice 100%, che entra nella speciale classifica dei Migliori Oli d’Italia. L’anno scorso era toccato al Blend di Contrada Difesa, un grand cru che proviene dal nostro oliveto di famiglia più antico sull’Etna. Da Tokyo arriva una piccola pioggia di medaglie, il panel di Olive Oil Sommelier Association of Japan premia tre nostri EVO al contest internazionale Olive Japan. L’EVO Contrada Difesa vince il premio della Giuria Consumatori al MIOOA di Olio Officina. Al Morgantìnon, il concorso riservato ai produttori siciliani, Foglie di Platino-Biancolilla è Miglior IGP 2021, premi e menzioni per gli altri oli. Golden Awards a Londra (London IOOC), Montréal (Canada IOOC), eccetera…

A selection of most relevant national and international awards and guides.

Siamo presenti in diverse pubblicazioni e guide: Guida agli Extravergini di Slow Food 2021, Bibenda 2020 e 2021, Flos Olei 2021 e 2022, LODO Guide 2022, Guida Oli d’Italia 2022 del Gambero Rosso, Il Grande Libro dell’Olio di Luigi Caricato. Dicono di noi: The New York Times, La Repubblica, La Stampa, D di Repubblica, Il Corriere della Sera, La Sicilia, Olio Officina, La Gazzetta del Gusto, riviste online e blog specializzati. Qui la nostra rassegna stampa (coming soon).

The olive grove of S. Maria di Licodia, Mount Etna, Italy. A Nocellara Etnea olive tree grown over a block of lava basalt, year by year has broken the rock by roots.

La collezione dei nostri EVO 2020-21 è formata da quattro extravergini certificati Bio e IGP Sicilia, che sono altrettanti Cru: ogni olio proviene da un unico oliveto o da un settore selezionato. Sono tutti Healthy Olive Oils con Claim europeo EU 432/2012. I Polifenoli contenuti vanno da 350 a 500 mg/kg.

Quest’anno non abbiamo avuto olive nella proprietà di Contrada Difesa, di conseguenza non è stato possibile produrre il Blend. La nuova produzione 2021-22 è di tre EVO, Cru, sempre con certificazioni Bio e IGP Sicilia: Contrada Mancusi-Nocellara Etnea, Foglie di Platino-Nocellara del Belice e Foglie di Platino-Biancolilla. Sono tutti Healthy Olive Oils con un contenuto di Polifenoli che va da 300 a 500 mg/kg a seconda della cultivar. Le difficilissime condizioni ambientali dell’anno appena trascorso – il caldo torrido estivo, la siccità, cicloni e piogge torrenziali in autunno durante la raccolta – hanno determinato uno stress climatico molto forte per gli olivi. La quantità di olio prodotto si è ridotta sensibilmente, continuando a mantenere alta la qualità.

The EVO Collection: Contrada Mancusi-Nocellara Etnea / Foglie di Platino-Nocellara del Belice / Foglie di Platino-Biancolilla / Contrada Difesa-Antica Proprietà Tomaselli.

I progetti per il futuro sono tanti, alcuni già realizzati, altri richiederanno più tempo e risorse. La costituzione della società di famiglia Vincenzo Signorelli Olivicoltore con l’ingresso dell’amico e socio fondatore Fabio Pommella, business developer manager e responsabile commerciale, anche lui EVO addicted… L’acquisto di due oliveti secolari sull’Etna, vicini ai nostri. La sistemazione del paesaggio e del patrimonio urbanistico rurale, nel pieno rispetto della Biodiversità e dell’ambiente. Il progetto Olivicoltori Eroici dell’Etna® che prevede anche la creazione di un fondo per l’acquisizione e la gestione di oliveti abbandonati sul vulcano. La produzione di un nuovo EVO per la campagna 2022-23, che sarà una sorpresa. Tra i progetti più ambiziosi, a lungo termine, c’è il recupero di un antico frutteto e bosco nel parco dell’Etna. Proveremo ad impiantare lassù anche un piccolo oliveto sperimentale d’alta quota, cercando di ovviare ai pericoli del riscaldamento globale. Ma questa è un’altra storia…

Immagini e testo di Enzo Signorelli © [Riproduzione riservata]

Daffodils flowering on January in the olive grove of S. Maria di Licodia, Mount Etna, Italy.

[*] “Un’ottima annata” è il titolo di un film di Ridley Scott che racconta le vicende di una famiglia che produce vino in Provenza. Il protagonista, un freddo uomo d’affari londinese, si appassiona alle sorti della tenuta che dovrebbe vendere e ne diventa il salvatore. Una bella storia, dal lieto fine, che funziona molto bene anche sull’Etna…

Vincenzo Signorelli Olivicoltore®, Contrada Mancusi®, Contrada Difesa®-Antica Proprietà Tomaselli®, Foglie di Platino®, Olivicoltori Eroici dell’Etna® sono marchi registrati.

© Enzo Signorelli per le immagini e i testi.

[+39 335 6889498] esignorelli@mac.com

© Marta Giaccone e The New York Times per l’articolo e le immagini pubblicate sulla testata.

© Valentina Di Mauro per gli still-life.

[Unauthorized Reproduction Prohibited]

PROFESSIONE REPORTER/7 – Kiev e il reportage nella centrale nucleare di Chernobyl

Chernobyl Nuclear Power Plant V.I. Lenin, the main entrance of the RBMK reactor number 4. [© Enzo Signorelli photographer]

Sono andato a Kiev nel 2001, quindici anni dopo il disastro nucleare di Chernobyl. Ho scattato poche fotografie nella capitale che si stava preparando ad un grande evento storico: il viaggio apostolico di papa Giovanni Paolo II in Ucraina. Il papa polacco sarebbe atterrato all’aeroporto di Kiev il 23 giugno, in tempi molto lontani dalle distruzioni di oggi. Arrivato in città aspettavo i permessi necessari a varcare la Zona di Esclusione, un cerchio di 30 km di diametro attorno alla centrale nucleare di Chernobyl, presidiato dall’esercito, dove nessuno può entrare senza autorizzazione, e soprattutto uscire. Sarei andato nella centrale “Lenin” vicinissimo al reattore nucleare RBMK n. 4, esploso alle ore 1:23:45 AM del 26 aprile 1986 con le conseguenze che conosciamo bene. Nel 2001 il reattore distrutto era protetto da un sarcofago che dava preoccupanti segni di cedimento strutturale. Già da tempo si parlava di dover costruire un secondo, più grande shelter in cemento armato per inglobare definitivamente il reattore e il suo vecchio sarcofago.

Chernobyl Nuclear Power Plant V.I. Lenin – The RBMK reactor number 4 enclosed in its old, concrete sarcophagus. [© Enzo Signorelli photographer]

Il giorno dopo, grazie a un permesso speciale molto difficile da ottenere, con un dosimetro Roentgen addosso sarei entrato per poche ore a Pripyat, la città fantasma, abbandonata frettolosamente in seguito alla contaminazione radioattiva seguita all’esplosione nella centrale nucleare, distante appena 3 chilometri.

The gate of the 30 Km Exclusion Zone around Chernobyl and Pripyat, where officially nobody is allowed to live. [© Enzo Signorelli photographer]

Ho visto poche cose a Kiev, dove soggiornavo in un hotel piuttosto popolare in un quartiere tranquillo. Ricordo una città piena di verde, la gente cordiale, i locali frequentati dai giovani, la splendida cattedrale di Santa Sofia con le cupole d’oro, una birra bevuta con la nostra interprete e alcuni collaboratori tranquillamente sdraiati sull’erba in un parco, i palazzi del centro, un mercatino con alcune matrioske ironiche e divertenti, il museo del disastro nucleare, una tappa significativa del mio reportage. Ricordo che in hotel non c’era il portiere di notte, al suo posto si insediava una guardia armata che passava il tempo guardando in TV vecchi film in bianco e nero del periodo sovietico. Una sera rientrando dalla cena c’era Stalin (quello vero) che parlava dall’apparecchio televisivo…

Kiev (Ukraine) – Souvenir at the market. [© Enzo Signorelli photographer]

La città di Pripyat era circondata da una recinzione di filo spinato con delle postazioni di guardia sulle altane. All’ingresso un incredulo miliziano controllava i nostri documenti. Era un po’ confuso, non ricevevano visite da quelle parti ormai da molto tempo. Diverse troupe televisive non erano state ammesse all’interno del perimetro, non era facile documentare a Pripyat. Valentina, la nostra guida, un’ingegnere nucleare che lavorava nella centrale al tempo del disastro, aveva ottenuto un permesso d’ingresso valido per poche ore. Non si poteva rimanere a lungo in quell’area altamente contaminata. Valentina è una donna gentile e forte. Aveva sconfitto la leucemia dovuta alle radiazioni, aveva perduto il marito, ingegnere nucleare anche lui, deceduto poco tempo dopo il disastro nucleare. Aveva dovuto abbandonare la propria casa nel quartiere di Pripyat riservato ai dirigenti di alto livello. Viveva in un piccolo appartamento nei sobborghi di Kiev dove erano stati trasferiti molti degli sfollati. Valentina non svolgeva più il proprio mestiere di ingegnere, dirigeva un’organizzazione umanitaria no-profit per aiutare bambini nati nel periodo del disastro – i bambini di Chernobyl – quasi tutti affetti da disturbi fisici e psichici.

Kiev (Ukraine) – Children of Chernobyl’s drawings. [© Enzo Signorelli photographer]
Kiev (Ukraine) – Sergej is a victim of the disater of Chernobyl. He is disabled for he is got skeleton problems. [© Enzo Signorelli photographer]

Entrando a Pripyat Valentina era visibilmente emozionata. Siamo andati in quello che rimaneva del suo appartamento al piano terra, dotato di un giardino, un privilegio per pochi. Tra la tappezzeria strappata, gli oggetti sparsi sul pavimento e i mobili rimasti c’era ancora il suo pianoforte verticale. Tutto era ricoperto da una polvere sinistra. Ricordo perfettamente che si era avvicinata alla tastiera per suonare qualche accordo rimasto muto. Era assolutamente proibito toccare alcunché ma non ci sognammo di fermarla. Nessuno parlava ed io scattai due o tre fotografie, un po’ in disparte, senza usare il motore della fotocamera e trattenendo il respiro nel silenzio della casa. Ricordo il suo volto profondamente solcato dai ricordi che erano ritornati prepotentemente. Riuscì a trattenere le lacrime; qualcuno le prese la mano e tutti uscimmo all’esterno.

City of Pripyat – Valentina inside her house abandoned on 27 April 1986, following the Chernobyl Nuclear Power Plant explosion. [© Enzo Signorelli photographer]
The city of Pripyat, evacuated and abandoned on 27 April 1986, following the Chernobyl Nuclear Power Plant explosion. [© Enzo Signorelli photographer]

Ritornai a Milano piuttosto provato. Raccontavo ai colleghi che mi facevano domande in redazione che era stato come aver fatto un reportage di guerra. Non era così ovviamente, ma il nodo alla gola e la sensazione di smarrimento per quello che avevo visto mi accompagnarono per lungo tempo. Niente di paragonabile agli eventi terribili che stanno accadendo oggi in Ucraina. In questo momento la centrale di Chernobyl è sotto il controllo dei soldati russi. Speriamo che non venga in mente a qualcuno di aprire le porte del reattore n. 4, per dare un’occhiata…

© Enzo Signorelli per il testo e le fotografie

[Riproduzione riservata – Unauthorized reproduction prohibited]

The ghost city of Pripyat, evacuated and abandoned on 27 April 1986, following the Chernobyl Nuclear Power Plant explosion. [© Enzo Signorelli photographer]
Kiev (Ukraine) – The Chernobyl Museum. Two of the 600.000 “liquidators” sent in the Chernobyl Nuclear Power Plant to cleanup the radioactive debris on the roof of reactor number 4. [© Enzo Signorelli photographer]
Chernobyl Nuclear Power Plant V.I. Lenin, a window at the main entrance. [© Enzo Signorelli photographer]

Un pomeriggio sul Monte Arso

Sabato di fuoco ieri sull’Etna, come in molti altri luoghi d’Italia dove le cose stanno andando peggio. Temperature alte, siccità, cambiamenti climatici, vento? Sicuramente sono fattori aggravanti, ma le cause sono altre. Troppi terreni incolti, abbandonati, e strane coincidenze. Troppi proprietari che non coltivano, dimenticano, non vendono, non affittano, non fanno nulla. Piangono quando il fuoco distrugge tutto, incuranti dei danni che hanno causato a chi invece coltiva, investe tempo, risorse, e denaro, faticando nelle campagne vicine.

Sicilia, Etna, 24th July 2021 – Fire in abandoned olive grove at Monte Arso. [© Enzo Signorelli photographer]

Di Enzo Signorelli, 25 luglio 2021.

Ci vuole pochissimo perché un olivo secolare bruci. Attaccato dal fuoco è morto in pochi secondi, non ho fatto in tempo nemmeno a girare un breve video. Solo pochi scatti con il cellulare. E’ un pomeriggio di fuoco sul Monte Arso, nei pressi delle bellissima e poco conosciuta Grotta Catanese, all’interno della zona D del parco regionale dell’Etna, in territorio del comune di Ragalna. In tarda mattinata è scoppiato un incendio, sicuramente in diversi punti. Le fiamme divorano uno dei tanti terreni incolti, abbandonati. Arriva un mezzo della Forestale con due uomini a bordo. Fanno quello che possono e salvano le Grotte. Si spostano altrove. Ma il resto brucia. Il bosco di querce con la sua vegetazione mediterranea, gli oliveti abbandonati, i frutteti dimenticati, sepolti dai rovi e dalla vegetazione selvaggia. Il fuoco serpeggia tra le rocce e l’erba secca con un rumore sinistro. Avanza inesorabile, aiutato dal vento. Volano le faville che superano i sentieri e accendono il terreno circostante. Oltre al bosco sono a rischio i giardini, le case, vigneti, frutteti e oliveti coltivati con tanta fatica tra le lave spente da secoli. E’ a rischio la fauna e tutto l’ecosistema di quella parte del Vulcano. Il famoso patrimonio UNESCO diventa terreno carbonizzato e fumante.

Sicilia, Etna, 24th July 2021 – Fire in abandoned olive grove at Monte Arso. [© Enzo Signorelli photographer]

Un tempo le potature degli olivi sull’Etna venivano raccolte in fasci, caricate sui muli e vendute alle fabbriche di mattoni a Catania. Il loro altissimo potere calorico serviva a portare velocemente i forni alla giusta temperatura. Le foglie dell’olivo sono ricche di principi attivi utilizzati in diverse preparazioni di erboristeria. Dalle foglie si estraggono essenze pregiatissime e costose impiegate per la cosmesi naturale. Hanno un solo difetto: sono estremamente infiammabili. Bruciano in pochissimi secondi sviluppando temperature capaci di incenerire ogni cosa.

Alfio è un ispettore del Corpo Forestale in pensione. Oggi fa l’olivicoltore; mi aveva invitato a visitare la proprietà dove lavora da 15 anni che è un gioiello. Ha mantenuto intatto l’ambiente circostante, limitandosi a lavorare solo il terreno intorno agli olivi. Ha piantato nuovi alberi, ha recuperato quelli abbandonati, ha innestato i mandorli selvatici. ha messo gelsi neri, ciliegi, viti e alberi da frutta nei fazzoletti di terra fertile circondati dal bosco e dalle lave antiche. Qualche anno fa voleva vendere la terra, forse in un momento di stanchezza o di sconforto che ogni agricoltore ha vissuto almeno una volta nella vita. Oggi nessuna cifra potrebbe convincerlo a separarsi dai suoi alberi.

Le fiamme avanzano verso la proprietà. Armato di un ramo di quercia Alfio spegne il fuoco basso e subdolo che dopo aver divorato un po’ di boscaglia sta raggiungendo alcuni olivi secolari in un terreno vicino. Ha esperienza, conosce gli incendi e sa come fare. Studia il vento e colpisce con decisione le fiammelle che divorano l’erba secca. Le foglie verdi di quercia non sono come quelle dell’olivo, bruciano con molta difficoltà. Resistono. Alfio non può arrivare dappertutto, più in là il fuoco ha attaccato un ramo di un olivo spezzato dal vento e caduto al suolo. Il ramo si incendia subito e di conseguenza l’olivo. Ormai è perduto. La temperatura dell’aria è altissima, le foglie di un altro olivo vicino si accartocciano, basterebbe ancora un attimo perché prendano fuoco. Per fortuna un refolo di vento gira in direzione opposta allontanando la fiamma. Tutto il filare degli olivi è salvo. Quando il calore diminuisce e posso avvicinarmi, vedo un altarino ricavato nel muretto di pietre accanto all’albero bruciato. Sicuramente avrà ospitato una Madonna o qualche altro santo protettore. Purtroppo qualcuno deve averlo portato via prima.

Sicilia, Etna, 24th July 2021 – Fire in abandoned olive grove at Monte Arso. [© Enzo Signorelli photographer]

La vedetta che sta sul monte Vetore ha lanciato l’allarme appena ha visto i primi fuochi. Arrivano gli elicotteri, uno scarica acqua nella zona dove le fiamme si sono avvicinate alle case. Un altro gira non si capisce per fare cosa. Gli altri proprietari dei terreni accorrono, si danno da fare. Non si vede nessun altro in giro. Parte delle risorse destinate al Corpo Forestale sono andate alla Protezione Civile. Dove sono oggi? Impegnati altrove? Probabile.

Sicilia, Etna, 24th July 2021 – Fire at Monte Arso. [© Enzo Signorelli photographer]

Il fuoco arriva da direzioni diverse. Il che significa che l’incendio è partito quasi contemporaneamente da luoghi differenti, distanti tra loro. Non sembra casuale. Niente è casuale in queste circostanze. Un incidente può capitare, 3-4 in un breve intervallo di tempo non sono più una coincidenza. Sono un indizio. Si parla tanto di territorio, ma una politica di recupero dei terreni produttivi abbandonati arriverà mai?

Bruciano anche i pali in legno di castagno della linea telefonica. Intorno deserto, nessuno. Terra nera, alberi bruciati e odore acre di fumo. Silenzio. Poco prima del tramonto arriva un Canadair. Avrà volato per tutto il giorno tra le tante emergenze di una giornata torrida e ventosa. Per fortuna è arrivato anche sul Monte Arso, dove 3-4 coincidenze dovrebbero fare un indizio. Alfio torna a casa esausto, gettando il ramo di quercia esausto anch’esso. Ha salvato da solo un oliveto secolare, bellissimo e abbandonato da decenni. Nessuno lo ringrazierà.

© Enzo Signorelli per il testo e le fotografie

[Riproduzione riservata – Unauthorized reproduction prohibited]

Sicilia, Etna, 24th July 2021 – A secular, abandoned olive tree completely destroyed after the fire at Monte Arso. [© Enzo Signorelli photographer]

PROFESSIONE REPORTER/6 – Afghanistan addio [prima parte]

La missione del Contingente Militare Italiano in Afghanistan si conclude dopo vent’anni. 53 soldati lasciano la propria vita sul campo, oltre 700 sono feriti. Con il precipitoso ritiro dei militari USA il paese è abbandonato a se stesso. Cosa succederà è difficile da prevedere. I talebani, che per anni si sono riforniti dell’arsenale bellico lasciato sul campo nel 1989 dai soldati dell’Armata Rossa dopo dieci anni di guerra, si riprenderanno molte delle basi lasciate vuote dalla forza multinazionale. La storia purtroppo si ripete.

Ho realizzato questo reportage nel 2010-2011, durante due missioni embedded con il Contingente Italiano impegnato nella Missione ISAF.

Herat (Afghanistan) – Soldiers of ANA (Afghan National Army) on training with red wooden rifles AK-47 Kalashnikov. [© Enzo Signorelli photographer]

[Afghanistan addio]

Di Enzo Signorelli, 10 luglio 2021.

La partenza

Ho aspettato un anno che lo Stato Maggiore della Difesa autorizzasse la mia partenza per l’Afghanistan. Un giorno mi chiamò un ufficiale da via XX Settembre dicendomi “Enzo, sei fortunato. Si è liberato un posto e puoi partire con il prossimo volo militare dall’aeroporto di Pratica di Mare. Preparati velocemente”. Non ricordo dove mi trovavo, e nemmeno il giorno esatto. Era agosto del 2010 e faceva molto caldo. Sistemai con cura l’equipaggiamento e l’attrezzatura fotografica dicendo a casa che stavo partendo per un reportage negli Emirati Arabi. Nessuno sapeva dove andavo veramente, meglio lasciarli tranquilli. Da Pratica di Mare un jet ci trasportò effettivamente negli Emirati, nella base aerea di Al Bateen. Ricordo una notte quasi insonne per il caldo umido che toglieva il respiro. Era impensabile stare all’esterno, qualcuno usciva solo per il tempo necessario a fumare una sigaretta. Poco distante un cantiere era in piena attività per la costruzione di un edificio a numerosi piani. Lavoravano solo di notte, di giorno era impossibile.

La mattina successiva tre C-130 dell’Aeronautica Militare Italiana aspettavano sulla pista con i motori accesi. Erano diretti a Baghdad, Kabul, Herat. Per un attimo pensai di salire a bordo di quello diretto in Iraq. Ma non sarei andato tanto lontano. Ritornato immediatamente lucido andai verso quello giusto. Cinque ore di volo tra scossoni e il rumore infernale delle turboeliche. Metto i tappi alle orecchie e scatto le prime immagini in bianco e nero.

Italian Army Corporal Alessandra Burrascano assigned to Herat Camp Arena ISAF Forward Support Base, Afghanistan. [© Enzo Signorelli photographer]

Atterriamo nella grande base militare di Herat, costruita proprio accanto all’aeroporto civile, chiuso da molto tempo. E’ la Forward Support Base di Camp Arena, sede della forza multinazionale. Il portellone posteriore del C-130 si abbassa fluido, annuso l’aria polverosa e secca dell’altopiano. Ho la sensazione di aver fatto un volo all’indietro nel tempo, con un salto di un paio di secoli. Scendo a terra per le formalità di rito.

Nel pomeriggio briefing con il Maggiore Renna, ufficiale addetto alla comunicazione e portavoce del Contingente. In quel periodo era di stanza in Afghanistan la Brigata Alpina Taurinense. Renna era già parecchio conosciuto tra i reporter. L’esperienza maturata in Afghanistan è diventata un libro nel 2011. Il maggiore è un tipo pratico, conosce i giornalisti e sa come fare. Ha gli anfibi consumati, non si ferma mai. Io con altri due colleghi siamo destinati alla base avanzata di Shindand, a sud di Herat. Ci propone di fare una doccia per riprenderci dal viaggio non proprio in business class. Ringrazio e faccio una contro proposta. Dopo aver lanciato un’occhiata d’intesa ai compagni di viaggio gli chiedo di poter partire subito. Avremmo perso 1-2 giorni aspettando il prossimo elicottero. Renna sorride quasi impercettibilmente e ci offre mezz’ora di tempo per lasciare in alloggio l’equipaggiamento non necessario. Con la luce dorata del tramonto saliamo a bordo di un elicottero Black Stallion dell’esercito USA con il rotore già acceso.

Onboard a U.S. Army helicopter ‘Black Stallion’ flying from Herat to Shindand Forward Operating Base. [© Enzo Signorelli photographer]

Shindand Forward Operating Base

La base di Shindand a comando Italiano è un piccolo avamposto a sud di Herat. C’erano le elezioni politiche in Afghanistan e i soldati italiani della Task Force Centre erano parecchio impegnati sul territorio. L’indomani a bordo dei mezzi blindati Lince partiamo per una missione di pattugliamento nella Zerkoh Valley. La sera prima durante la cena avevo chiesto al comandante se potevo andare a fotografare dalla ralla, il foro circolare sul tetto del mezzo dove è posizionata una mitragliatrice pesante con il suo operatore. E’ una buona postazione, fanno così i cameraman che seguono il Giro d’Italia. Scoppiano tutti a ridere: la ralla è il posto più pericoloso. Il mitragliere è protetto da uno scudo metallico e indossa elmetto e giubbotto antiproiettile, ma è esposto a 360 gradi al tiro di un cecchino, al lancio di un razzo RPG, a una bomba a mano. Rido anch’io e non ci penso più. La settimana precedente avevano sparato un colpo di Kalashnikov a una collega di un’agenzia. La pallottola si era piantata nel vetro blindato del mezzo su cui viaggiava all’altezza del suo viso. Non ha retto allo shock ed è rientrata a casa con il primo volo utile.

Adraskan (Afghanistan) – A boy injured both his legs probably over a mine walks on hands near the Asian Highway 1, the Afghanistan’s Ring Road, crossing Adraskan village in Herat Province, Northern of Shindand. [© Enzo Signorelli photographer]
Adraskan District, Herat Province (Afghanistan) – Italian soldiers engaged on ISAF Mission patrolling the area northern east of Shindand. [© Enzo Signorelli photographer]

L’elder del villaggio di Qal’eh-Thut da alcuni giorni non risponde al telefono satellitare che i nostri militari gli avevano lasciato. L’anziano guida la piccola comunità di pastori che vive in un agglomerato di case costruite con il fango essiccato, sperduto lungo le piste del distretto di Shindand. Parecchio lontano dalla Ring Road, unica strada asfaltata del paese. Parto con i nostri soldati per vedere cosa è successo. Spesso i talebani attaccano questi piccoli villaggi del tutto indifesi. A Qal’eh-Thut c’è un pozzo di acqua dolce, scavato con il supporto dei militari italiani, indispensabile per la sopravvivenza degli abitanti e delle comunità vicine. Arrivati in zona viene predisposta una bolla di sicurezza con tiratori scelti e blindati che controllano l’area dove dobbiamo incontrare la delegazione afghana. Finalmente togliamo l’elmetto, segno di distensione e di fiducia nei confronti degli abitanti. Ci viene incontro l’elder con il suo piccolo seguito fermandosi al centro di uno spazio aperto, all’interno la bolla di sicurezza. L’uomo ha un’aria pacifica, lo sguardo sereno e la barba bianca. I suoi vestiti sono immacolati e sembrano appena usciti da una stireria. Mi chiedo come possa essere possibile in un luogo dove non c’è la luce elettrica, con le temperature che d’estate superano i 50 gradi e d’inverno vanno sotto zero, dove molte abitazioni non hanno vetri alle finestre. Controlliamo il pozzo dell’acqua. Tutto okay. In alcuni luoghi dell’Afghanistan a volte non c’è nemmeno la copertura satellitare, il collegamento si era interrotto.

Adraskan District (Afghanistan) – Qal’eh-Thut village. [© Enzo Signorelli photographer]
Adraskan District (Afghanistan) – Mission to support the population of Qal’eh-Thut village. [© Enzo Signorelli photographer]

Il giorno dopo partiamo per una missione di sostegno allo Shindand Women Council. Il centro ospita e aiuta le donne vedove di guerra o abbandonate dai mariti e per questo allontanate dal villaggio e dalla comunità. Presto lasciamo le strade battute preferendo un percorso nel deserto di pietre molto più faticoso e lungo, ma più sicuro. Sarebbe molto difficile organizzare un’imboscata in un luogo così aperto e disabitato, con il nostro tracciato che cambia continuamente. I mezzi sono sotto controllo satellitare. Se la comunicazione si interrompe partono immediatamente gli elicotteri da combattimento e i caccia da Herat. Il capitano che comanda la missione è un po’ nervoso. Lo capisco, dobbiamo muoverci con una quarantina di uomini armati e con i mezzi per le vie sterrate e strette del villaggio, tra le case. Il luogo perfetto per un attacco. A supporto si aggiungono alcuni pick-up dell’esercito afghano che bloccano gli accessi alla strada dove si trova la struttura. Finalmente entriamo.

Guests of the Shindand Women Council, an humanitary organization to support the Afghan women in the district. The Women Council of Shindand is under protection of Italian military Task Force Centre. [© Enzo Signorelli photographer]

Le donne ospiti del centro sono a volto scoperto, sedute per terra stanno chiacchierando con due soldatesse italiane che lavorano con la cooperazione. Si aggiustano velocemente il burqa e ritornano invisibili al nostro arrivo. Qualcuno mi dice di non fare fotografie. Il tempo passa e so come andrà a finire, durante questo tipo di operazioni i tempi sono fondamentali: non si rimane fermi nello stesso luogo per un minuto in più di quanto stabilito per non dare il tempo di organizzare un’azione ostile. Il rischio, per me assolutamente reale, era di aver passato un giorno in giro sui mezzi ritornando alla base senza una foto significativa. Studio le inquadrature e scelgo una posizione per lo scatto che ho in mente di fare. Fisso il fuoco della Leica M6 e calcolo l’esposizione. Sono pronto. Arriva il via e non scatto ancora, avevo chiesto con lo sguardo a una giovane madre il permesso di fotografarla con la figlia. Mi fa cenno di aspettare per sistemarsi il burqa e coprirsi completamente. Finalmente dice di sì con un cenno del capo e scatto rapidissimo 3-4 fotografie, mentre le donne sedute dietro si muovono per uscire dall’inquadratura.

Shindand, Herat Province (Afghanistan) – A young woman and her daugther guests of the Shindand Women Council, an humanitary organization supporting the Afghan women in the district. The Women Council of Shindand is under protection of Italian military Task Force Centre. [© Enzo Signorelli photographer]

Scoprii solo dopo, sviluppando i film a Milano, che la donna ancora mi stava guardando mentre dava l’ok per scattare. Il suo sguardo è impresso solo nel primo fotogramma della breve sequenza, che non ho mai pubblicato sui tanti giornali che hanno ospitato il reportage. Fortuna? No, non basta… In accademia ho fatto un’intera lezione su questa immagine, sulla preparazione, sull’attesa, sull’autocontrollo che ha richiesto. Su quello che è successo dopo i primi scatti quando un ragazzino arrabbiatissimo mi impediva di fotografare mettendo una mano davanti l’obiettivo. Accanto a me il comandante della polizia locale rimase impassibile, guardandosi bene dall’intervenire. La bambina cominciò a piangere ed io abbassai la macchina fotografica. La madre la calmò immediatamente con una sola parola pronunciata ad alta voce. Tutti si tranquillizzarono ed io ripresi a respirare.

Along the road to Shindand. [© Enzo Signorelli photographer]
Back to the base off road after a support mission. [© Enzo Signorelli photographer]

Herat Firenze dell’Asia

Herat è una città interessante. Già capitale dell’impero di Tamerlano, da secoli è un nodo importante lungo la Via della Seta. I commerci fiorenti hanno dato splendore e fama a Herat. La regina Gawhar Shad durante l’epoca Timuride fece costruire nel XV secolo il grande Complesso della Musalla, di cui oggi rimangono cinque minareti sfuggiti alla furia dei talebani che durante l’occupazione li prendevano a cannonate. Per passare il tempo. Un cartello arrugginito ricorda la missione dell’UNESCO che grazie al lavoro di un ingegnere italiano è riuscita a mettere in sicurezza quello che è rimasto. Dello splendore e del potere della regina Gawhar Shad nata a Samarcanda e sepolta a Herat rimane anche il suo piccolo mausoleo, chiuso e puntellato da tubi di ferro.

Herat (Afghanistan) – The Musalla Minarets of Herat. Five old towers each 55 meters tall are the remains of the great 15th-century Complex built by the Queen Gawhar Shad. [© Enzo Signorelli photographer]

Dovevo vederla Herat. Ma non potevo uscire con 10-11 uomini di scorta, con tre mezzi blindati, gli elmetti, i giubbotti antiproiettile e le armi. Provate ad immagine se mentre siete con gli amici per un barbecue in giardino arrivasse un plotone armato fino ai denti con uno che fotografa chiedendovi di continuare come se nulla fosse. Impensabile. Vado a parlare con il maggiore Renna. Gli chiedo di uscire, da solo, senza scorta. Mi serve solamente una guida che conosca la città e soprattutto che mi riporti indietro alla base entro l’orario stabilito. Ci pensa un momento e mi dice: “si può fare, ma non posso darle uno dei miei interpreti”. Gli afghani incaricati di tradurre per i militari non possono parlare con i giornalisti, per ovvie ragioni di sicurezza. “Troviamo un parente di uno degli interpreti che possa farmi da guida” – gli dico – “non potrà tradirmi, andreste a prenderlo immediatamente, senza contare che l’interprete perderebbe l’incarico alla base. Non c’è garanzia migliore”. A Renna l’idea piace e così l’indomani mattina esco da una piccola porta laterale in acciaio, protetta da muri di pietre spessi qualche metro. Ho uno zainetto con una macchina fotografica e un paio di ottiche, abbigliamento comodo, una camicia Polo ben stirata e inamidata. Un po’ di Italian style per farmi subito riconoscere. Un occidentale non sarebbe passato inosservato, meglio farsi notare. Attraverso la no man’s land che separa Camp Arena e l’aeroporto dal posto di guardia dell’esercito afghano, consapevole di essere sotto tiro da parte dei soldati di guardia alla base. Qualche tempo dopo un attacco talebano suicida avrebbe lasciato sul campo numerosi morti e feriti tra il commando e le forze afghane impegnate a difesa dell’area. Saluto i militari afghani. “Italiano, amico” mi dicono sorridendo. Gli faccio segno che la sera sarei rientrato, di non dimenticare la mia faccia. Non ho con me i documenti, troppo rischioso portarli in giro. Nel piazzale ci sono una ventina di taxi, poche auto ufficiali molte improvvisate, che aspettano cercando clienti. Come riconoscere il mio autista? Ho solo il suo nome, nient’altro. Nemmeno la targa dell’auto. Qualcuno si avvicina gli chiedo se si chiama A*** Mi dice di sì. Bene, non è quello il nome del mio contatto. Vado oltre. Finalmente uno di loro mi comunica il nome corretto, gli chiedo come si chiama suo cugino che lavora alla base e anche questa volta ci siamo. E’ l’uomo giusto, partiamo alla volta della città.

Herat (Afghanistan) – Tanks of Afghan National Army abandoned after the Afghan-Soviet 1979-1989 war. [© Enzo Signorelli photographer]

La mia guida parla un inglese quasi incomprensibile. Quando ci fermiamo non è proprio felice di farsi vedere in giro in mia compagnia. Si allontana spesso, quando gli chiedo qualcosa finge di non conoscermi, di non capire. Limito al minimo la conversazione all’esterno dell’auto. Il mio telefono vibra a intervalli regolari, mi chiamano dalla base per sapere se è tutto okay. C’è stato un attentato alla residenza del governatore. Ho una mappa molto rudimentale della città, evito l’area interessata e li rassicuro. Nel pomeriggio mi faccio accompagnare alla grande moschea del Venerdì, una delle più belle di tutta l’Asia centrale. Fissiamo con il tassista un appuntamento per il rientro alla base. Non gli ho ancora dato i soldi, ho qualche speranza che si faccia trovare nel luogo e al momento convenuto. Entro nei giardini della moschea. Fotografo con discrezione, i pellegrini sono impegnati nelle preghiere del Ramadan. La luce è perfetta, mi fermerei ancora ma devo rientrare all’orario stabilito. Esco in strada, il mio autista non si trova. Non ha capito? E’ scappato? Ho ancora 45 minuti, continuo a fotografare. Faccio il giro all’esterno della moschea, la luce è troppo bella per farsi prendere dall’ansia. Ecco l’immagine che ho scattato in quel momento.

Herat (Afghanistan) – Afternoon at the Friday Mosque in the Old City. [© Enzo Signorelli photographer]

Adesso devo assolutamente trovare il tassista. Giro qualche angolo cercando di memorizzare il percorso e di non perdermi nella città vecchia. Finalmente lo trovo, naturalmente in un posto diverso da quello concordato. Non parliamo, tutto normale. Salgo in auto tirando un sospiro di sollievo, non devo tardare. Alla base si sono fidati di me e non è pensabile creare problemi, o peggio rischiare l’incolumità di altri che verranno a cercarmi. Guardo indietro un’ultima volta verso la sagoma della moschea avvolta dal colore della sera. Ci sarei tornato un anno dopo, ma in quel momento non lo sapevo ancora.

An Afghan man and his children reading the Holy Quran during Ramadan. [© Enzo Signorelli photographer]

Bala Morghab Forward Operating Base

La base avanzata di Bala Morghab mi ricorda la fortezza Bastiani di Buzzati. Solo che qui il nemico c’era davvero. Mi trovo in piccolo avamposto tra le trincee scavate nella sabbia, raggiunto in volo scortati da due elicotteri d’attacco Mangusta A 129 armati con missili. La mattina prima di partire da Herat un paio di caccia AMX si erano già levati in volo. Andiamo verso il nord dove la presenza e l’azione talebana si era fatta sentire pesantemente. Giro per la piccola base prima del briefing con il comandante del Contingente Italiano. A volte non è così facile trovare delle buone immagini pur essendo in un luogo misterioso, affascinate e irraggiungibile (non sarei più tornato a Bala Morghab), al centro della notizia: venti anni di missione italiana in Afghanistan. Ricordo che si aprì una porta, alcuni medici in mimetica, stavano curando un afghano ferito probabilmente durante un attacco talebano. C’era del sangue sul vestito bianco dell’uomo e sul turbante. La porta si è richiusa subito, senza darmi il tempo di scattare. Mi chiamano per il briefing. I ricordi di un fotografo sono le fotografie che non è riuscito a fare.

‘The Queen of Spades’ – An Italian soldier of ISAF Task Force Centre, gunner at the outpost ‘Cavour’. Forward Operating Base of Bala Murghab, 170 km northeastern to Herat.
Bala Murghab Forward Operating Base. The outpost ‘Cavour’, eastern to Joi-Kar village. [© Enzo Signorelli photographer]

Guardo oltre la trincea. Il villaggio e l’area sottostante l’altura sono “territorio ostile”. Siamo nella provincia di Badghis, vicinissimi al confine con il Turkmenistan. 500 km a nord est c’è Samarcanda. Vedo in lontananza le montagne dell’Hindu Kush. Tranquille, limpide, distanti. Fa effetto vedere gli alpini con la penna sull’elmetto muoversi tra le sabbie roventi con 50 gradi di temperatura. In un’avamposto scavato nel terreno trovo un po’ di frescura e una donna che con una mitragliatrice pesante Browning tiene d’occhio il proprio settore. Facciamo due chiacchiere e scatto qualche immagine. Alla fine un po’ di vanità femminile spero che sia venuta fuori anche in una circostanza come quella in cui ci trovavamo. Ha un simbolo delle carte da gioco stampato sul giubbotto antiproiettile, l’ho chiamata “regina di picche”. Ritorno fuori, accanto a me alcuni tiratori di un reparto speciale, con la radio all’orecchio e l’equipaggiamento leggero per muoversi rapidamente, controllavano l’area dove il giorno prima era stato paracadutato un reparto di incursori (la famosa, e misteriosa Task Force 45 probabilmente). Ai giornalisti non è concesso parlare con loro o fotografarli. Vestono mimetiche prive di segni di riconoscimento, molti possono essere scambiati tranquillamente per afghani. Erano di stanza in un’area di Camp Arena chiusa da cancelli e reticolati e raramente si vedevano in giro. Ne ho incontrati alcuni seduti di fronte a me su un volo di collegamento tra le basi avanzate più a sud e sud-est, a Farah e verso Kandahar. Ma questo succederà l’anno successivo.

Vivere per niente o morire per qualcosa. ‘Live for nothing or die for something’ is a quote from the movie Rambo IV, printed on the shirt of an Italian Special Forces soldier. [© Enzo Signorelli photographer]

Ritorno a casa

Sono di nuovo a Al Bateen, negli Emirati Arabi. Salgo la scaletta dell’aereo che ci riporterà in Italia ricevendo in volto lo schiaffo caldo del deserto, già rovente al mattino. Sulla sinistra vedo una piccola moschea circondata dalla sabbia color oro. Era una bella inquadratura, il contrasto tra la quiete dell’edificio semplice con il suo minareto, la base militare e l’aeroporto era evidente. Ma non si potevano scattare fotografie. Osservo la scena ancora per un secondo per fissare l’immagine nella memoria, prendo un respiro entrando nel ventre dell’aeroplano che mi riporterà a casa.

[Continua]

Italian soldiers onboard the flight between Pratica di Mare military airport and Al Bateen base in EAU. Final destination Herat, Afghanistan. [© Enzo Signorelli photographer]
Afghan National Army aircrafts abandoned after the Soviet-Afghan War (1979-1989). [© Enzo Signorelli photographer]

© Enzo Signorelli per il testo e le fotografie

[Riproduzione riservata – Unauthorized reproduction prohibited]

Il capitale umano

Una riflessione sulla situazione economica in Italia dopo il disastro della funivia del Mottarone e le troppe morti sul lavoro.

Acerra (Italy) Montefibre synthetic fibers plant [© Enzo Signorelli photographer]

Di Enzo Signorelli, 26 maggio 2021.

Qualcuno deve aver fatto per forza un collegamento tra le tante, troppe morti sul lavoro, tra l’incidente accaduto alla funivia del Mottarone – ultimo in ordine di tempo di una serie di disastri – e l’attuale situazione economica in Italia.

Ho trascorso più di 35 anni fotografando nell’industria, documentando il lavoro italiano. Ho conosciuto molta gente, ho visto tante cose. Mi sono fatto un quadro piuttosto preciso della situazione. Ricordo le procedure durissime, inderogabili, che ho dovuto seguire muovendomi all’interno di una raffineria di petrolio, in una fonderia, dentro una centrale elettrica, nei laboratori farmaceutici, sugli impianti giganteschi delle acciaierie di Taranto, negli hangar di una compagnia aerea. Oppure nei campi coltivati, sugli impianti pericolosissimi dei solventi e delle benzine, sopra una diga alta come un grattacielo, all’interno dei laboratori dell’INFN custoditi nel cuore del Gran Sasso dove non arrivano nemmeno i neutrini. Si chiama “silenzio cosmico”, è indispensabile per non alterare gli esperimenti di fisica delle particelle.

Ovunque c’era qualcosa che mi seguiva sempre: l’osservanza assoluta della sicurezza, delle procedure. Posso testimoniare che una delle prime informazioni che ricevevo varcando la soglia di un impianto era il dato sugli infortuni. Accompagnato da un responsabile di stabilimento durante i lunghi sopralluoghi mi veniva sempre mostrata con orgoglio la cifra degli incidenti sul lavoro, il più delle volte uguale a zero. Come dire: “stia attento a non farsi male, a non creare problemi agli altri”.

Allora cosa sta accadendo oggi?

Taranto (Italy), Riva steel mill. The blast furnace Nr.5 [© Enzo Signorelli photographer]

Alcuni di noi ricordano il disastro di Seveso, quando il 10 luglio del 1976 una fuoriuscita di diossina dall’ICMESA causò una delle peggiori catastrofi ambientali nella storia del nostro paese. Dovuto probabilmente a un errore umano, l’incidente è stato classificato come uno dei più gravi della storia dell’umanità. L’ICMESA non era una multinazionale, era una piccola industria chimica che produceva composti usati per la produzione di diserbanti impiegati in agricoltura. Nata in Svizzera nel 1924, fu trasferita in Brianza nel 1945 e definitivamente chiusa dopo il disastro.

La pesante stretta economica che stanno subendo aziende e imprenditori si accanisce particolarmente sulle piccole imprese, per ovvie ragioni. Tagliare gli investimenti sulla sicurezza è una delle conseguenze, non così remota come potrebbe sembrare. Nel settore dell’edilizia, nel pubblico come nel privato, troppo spesso i lavori vengono affidati in subappalto a ditte che per vincere una gara devono arrivare all’osso. Poi crollano i ponti, i tetti delle scuole, i blocchi di cemento dei moli si sciolgono nel mare, e così via. Quando si lavora la matematica, la chimica, la fisica e naturalmente l’umanità non sono un’opinione. Se un’impresa si aggiudica una commessa con margini spesso al di sotto della stima più risicata dovrà per forza risparmiare da qualche parte. Sui materiali, sulle procedure, sulla forza lavoro, sulla sicurezza.

Piccolo non sempre è bello. Non sostengo che in una multinazionale tutto funzioni. Il Vajont insegna, come le morti per l’amianto, il rogo della Thyssen o il ponte di Genova. Non ritengo che la responsabilità di tutto ricada solo sulle piccole imprese, l’esoscheletro economico del nostro paese. Le colpe vanno ricercate nella forsennata logica del profitto, nella corsa spasmodica al ribasso, nell’aggiudicarsi un incarico anche il più svantaggioso. Costi quel che costi.

Aluminium pressed cans before recycling [© Enzo Signorelli photographer]

C’è un altro aspetto non meno importante di cui bisogna tenere conto: la crisi economica diventa sociale. Non serve ascoltare le cronache di ogni giorno per rendersene conto, basta uscire in strada e assistere a quello che accade in una qualsiasi delle nostre città. Qualcuno (giustamente) sostiene che non esiste qualità a basso costo. Applicando lo stesso ragionamento al mondo del lavoro non si possono mantenere sicurezza e sostenibilità quando tutto viene fatto al risparmio. Non è facile tenere alta l’attenzione sul lavoro pressati dai ritmi incalzanti e dalla povertà di mezzi. Stressati dal disagio sociale a cui talvolta si aggiungono problemi familiari, che non mancano mai una una crisi economica che si rispetti. Vale per un operaio come per un manager, per un’impiegata o un libero professionista, per un bracciante o un proprietario terriero. Ovviamente con le dovute proporzioni.

Si è creato (senza volerlo?) un cocktail fatale, con sopra una lunga spruzzata di pandemia, complici le rate scadute del mutuo, un matrimonio finito, e perfino un telefonino che emette vibrazioni anche quando stiamo lavorando sopra un traliccio dell’alta tensione. Mantenere la concentrazione è diventato difficile. Troppe volte vengono ignorate le procedure di sicurezza che rallentano la produzione. E così una macchina modificata per guadagnare tempo risucchia e uccide una giovane operaia e madre, come poteva accadere due secoli fa ai tempi della Rivoluzione Industriale. Un ingegnere dimentica il figlio in auto sotto il sole. Un manutentore senza le dovute protezioni precipita dentro un silos e muore. Continua così l’elenco tristissimo dei caduti sul lavoro, lungo e sanguinante come quello di un conflitto armato.

Il prezzo del progresso, se di progresso possiamo parlare in questi termini, sta diventando troppo alto. Progresso insostenibile.

© Enzo Signorelli per il testo e le fotografie

[riproduzione riservata]

PROFESSIONE REPORTER/5 – Journey to Jerusalem

A Gerusalemme la situazione è critica. In Israele e nei Territori palestinesi i disordini si sono trasformati in guerra. Qualcuno la vuole. Moltissimi ne subiranno le conseguenze. Reportage nella Città Santa poche settimane prima delle dichiarazioni di Trump del dicembre 2017.

The Western Wall and the Dome of the Rock behind. [© Enzo Signorelli photographer]

Di Enzo Signorelli

l viaggio in Israele è stata un’esperienza molto importante per la mia formazione. Dopo aver fotografato in Libano, Iran, Giordania, Afghanistan e Turchia, Israele era una meta obbligata. Il tassello fondamentale per comprendere i delicati, fragili equilibri di quella parte del mondo. L’anello mancante per dare corpo e credibilità all’idea che mi stavo facendo sul Medio Oriente, spostandomi verso l’Asia Centrale. Avevo visto anche la Cisgiordania in quella occasione. Troppo poco, purtroppo. Approfondirò la mia conoscenza appena potrò farvi ritorno.

Ho raccontato del viaggio in Israele in un reportage che ripubblicherò presto su queste pagine. I fatti dolorosi di questi giorni a Gerusalemme, cominciati con gli scontri durissimi tra le forze di polizia israeliana e i palestinesi sulla Spianata delle Moschee, stanno dilagando in Cisgiordania, a Gaza e in altre parti del paese. Purtroppo la situazione sta peggiorando sempre di più nelle ultime ore. I disordini si sono trasformati in guerra. Qualcuno la vuole. Moltissimi la subiranno, pagandone le conseguenze.

Leggendo le cronache, ascoltando in Tv, alla radio i nomi dei luoghi della città vecchia dove ero stato, non posso non ritornare con la mente a quello che è un viaggio dentro il viaggio: il reportage a Gerusalemme del settembre 2017. Poche settimane prima delle dichiarazioni di Trump che riconosceva la Città Santa come capitale di Israele.

The Mahane Yehuda market. Known as ‘The Shuk’, Mahane Yehuda is one of the Jerusalem’s symbols with more than 250 vendors that selling fish, fresh fruits, vegetables, baked goods, halva, sweets, spices, meat, cheeses, wines and liquors, and also clothing, shoes, housewares, textiles. Inside the market are street food stands, juice bars, cafes, and restaurants. Recently, the ‘Shuk’ has become a nightlife center with bars, restaurants and live music pubs. [© Enzo Signorelli photographer]

Arrivo in città nel tardo pomeriggio. Varcando la soglia dell’hotel Zion, collocato proprio sul monte Sion dove era sorto il primo nucleo di Gerusalemme. Sono già entrato nella storia. Lascio il trolley in un angolo e oltrepassando la reception senza aver fatto il check-in mi dirigo verso la grande finestra in fondo alla hall. L’apertura incorniciava dentro un arco una bella veduta della città, illuminata dalla luce dorata del tramonto. La luce non sarebbe durata molto, era tardi. l’ombra del monte Sion cominciava ad allungarsi sulle case. Scatto le prime fotografie.

Landscape at sunset from the lobby of Mount Zion hotel. [© Enzo Signorelli photographer]

L’indomani la prima immagine che rimane nei miei occhi è la panoramica della città dal Monte degli Olivi. Tutti coloro che si sono recati in Terra Santa, turisti, giornalisti, pellegrini, viaggiatori, capi di stato, gente di ogni origine e religione, proprio tutti hanno osservato la stessa veduta, dal medesimo punto di osservazione. 

Poco al di sotto del ciglio stradale c’è il grande cimitero ebraico. Alcuni ebrei ortodossi si rifocillano con cibi e bevande come si usa fare dopo una cerimonia funebre. Il contrasto tra i loro abiti neri, i grandi cappelli e il colore chiaro, accecante delle tombe in arenaria è molto forte. Scatto poche immagini alzando lo sguardo verso la città che si erge sullo sfondo. Al centro della veduta, già sbiadita dalla luce polverosa di una giornata calda, brilla la cupola d’oro della moschea della Roccia. Circondata da chiese, sinagoghe e minareti.

The Jewish Cemetery at Mount of Olives. [© Enzo Signorelli photographer]

La sera precedente, la prima notte passata a Gerusalemme, avevo preso un taxi con alcuni colleghi per recarmi nella città vecchia. Varchiamo la Porta di Damasco camminando frettolosamante per le vie deserte e tranquille, come se avessimo un appuntamento in qualche luogo particolare. Possiamo davanti al Santo Sepolcro, ovviamente chiuso a quell’ora, percorriamo qualche vicolo accompagnati solo dal suono dei nostri passi. L’operosa città vecchia dormiva. Girato un angolo si apre improvvisamente un grande spazio chiuso in fondo dal Muro Occidentale. C’è un check-point della polizia israeliana, passiamo, sono tutti molto rilassati. Percorro lentamente la gradinata che porta sulla piazza. Intorno a me numerosi ebrei ortodossi raggiungono con calma le proprie postazioni per pregare. Si sentono le litanie, tutta l’area del Muro è illuminata a giorno dalle fotoelettriche. Qualcuno mi rivolge parole che non comprendo, mi invita ad avvicinarmi, a leggere alcune scritture. Perdo volutamente il contatto con il mio piccolo gruppo per fare qualche fotografia con la Leica a telemetro. Avevo portato con me un solo rullino di pellicola in bianco e nero e una seconda ottica in tasca. Scatto pochissime foto, cercando di non essere invadente, senza disturbare.

The arab market in the old city. Located between the Christian and Muslim quarters the arab Souq is the mercantile heart of the city from the Ottoman empire up to the present. [© Enzo Signorelli photographer]

La mattina dopo rifaccio da solo il percorso della prima notte ritornando nella città vecchia. La scena è cambiata. Adesso i vicoli brulicano di vita e di negozi aperti nel mercato. C’è molta gente, turisti, qualche poliziotto, nell’aria ancora mite si moltiplicano voci, suoni e i rumori delle attività.

Più tardi visita al Museo di Israele con le numerose collezioni, che vanno dalla preistoria all’arte moderna, la sala dei Manoscritti del Mar Morto, i giardini e le sculture.

The ticket office of the Israel Museum. [© Enzo Signorelli]
Shopping at Mahane Yehuda market. [© Enzo Signorelli photographer]

Nel pomeriggio ritorno al Western Wall. Anche lì è cambiato tutto. Fa molto caldo e sono in pochissimi a pregare. Percorro la stessa scalinata che conduce nella piazza e mi soffermo a guardare sulla destra la lunga rampa che conduce verso una piccola porta sul Muro. La porta è chiusa. E’ un punto di accesso che conduce direttamente sulla Spianata, poco distante dalla moschea al-Aqsa. Qualche volta il passaggio dev’essere stato aperto, non so quando, in quali occasioni. Penso all’emozione che avrà provato chi ha percorso la passerella coperta di legno e metallo costruita per unire due mondi, distanti e vicinissimi, separati solo dalla piccola Porta dei Maghrebini, in arabo Bab al-Maghariba.

Mi dirigo verso il Muro spostandomi sulla sinistra sotto l’arco di Wilson. Ero già stato lì. L’arco conduce in un ampio locale completamente chiuso, nell’area riservata agli uomini, costruito a ridosso del Muro del Pianto. Vi sono custoditi i rotoli della Torah, libri e testi sacri. Lo spazio è stato restaurato nel 2005 e climatizzato per conservare le Scritture, permettendo ai fedeli di pregare anche nelle ore più proibitive.

Afternoon prayers under the Wilson’s Arch at the Western Wall. Located to the left of worshipers facing the Wall, renovated on 2005, the covered area within Wilson’s Arch is part of men’s section. The area houses a Holy ark with the Torah scrolls, a library, heating for the winter and conditioning for the summer. [© Enzo Signorelli photographer]

Abbandono la piazza e mi addentro nei quartieri di Gerusalemme Est cercando un passaggio che possa condurmi sulla Spianata. Lo trovo, è una via piuttosto corta, completamente coperta dalle costruzioni e presidiata da un buon numero di poliziotti e miliziani. Mi avvicino molto lentamente mentre qualcuno osserva con apprensione crescente la borsa che porto in spalla. Mi fermo a una distanza sufficiente, dichiarando che sono un giornalista italiano, ospite del Ministero della Cultura di Israele. Apro con gesti lentissimi la borsa per far vedere l’attrezzatura fotografica. Mostro i documenti e la lettera di invito del ministero. Mi dicono di andarmene, sono nervosi. Non si può passare. Peccato. La cupola d’oro della moschea della Roccia, vicinissima, completa la scena che posso descrivere solo con le parole. Si sta facendo tardi e l’indomani dovrò partire per il deserto di Negev. Non ho tempo per cercare altre vie o per farmi accompagnare. Ritornerò un’altra volta.

[Riproduzione riservata per il testo e le fotografie]

FOTOGRAFIA, VIAGGIO, REPORTAGE Intervista con Enzo Signorelli sul mensile Gattopardo

Gattopardo magazine, April 2021 – Opening, pages 90/91

Di Sofia Catalano

Bianco accecante. Caldo soffocante. Agosto anni ‘90. In mezzo alle palazzine, nell’abbandono totale dello Zen 2, Enzo Signorelli sente addosso gli occhi che lo spiano dalle persiane chiuse. E’ solo, con la sua macchina fotografica, in un quartiere degradato, cerca l’inquadratura giusta per il reportage sulle condizioni dei giovani nella città di Palermo, nel silenzio assordante gli fanno eco i suoi passi. Poi sente una musica e la segue “Volto l’angolo e mi trovo davanti un carrettino di legno trainato da un ragazzino: sopra campeggia la statua di Santa Rita circondata da fiori. Un ragazzo più grande distribuisce immaginette, un altro suona una grancassa alla quale è attaccato un piattino per le offerte. Ero convinto di essere su un set cinematografico, cercavo la macchina da presa e gli operatori, mentre di fronte a me scorreva il teatrino che alla fine mi rendo conto essere reale, sta accadendo davvero, non è una scena di un film di Tornatore. Il quartiere si anima: dai balconi calano i cestini con le banconote fermate dalle mollette da bucato, le finestre si aprono, piovono gli spiccioli, le offerte per la Festa. E poi, così come è cominciato, improvvisamente tutto si ferma: il carrettino scivola via, le persiane si richiudono e cala di nuovo il silenzio”. E’ questo uno dei ricordi più vividi di Enzo Signorelli, professione fotoreporter, dagli anni ‘80 in prima linea. Partito da Catania, approdato a Milano, passato per il Mondo, e adesso rientrato in Sicilia. “La fotografia è sempre stata il mio obiettivo. Sin da piccolo sfogliavo Epoca, i miei erano abbonati, ero affascinato dai servizi di attualità e dai reportage e ho deciso: volevo viaggiare, vedere, conoscere, volevo fotografare, quella che era la mia passione doveva diventare il mio lavoro”. I primi tempi Signorelli lavora in Sicilia, con i quotidiani locali, con le agenzie nazionali, fatti di cronaca ed Etna  gli argomenti principali, poi il grande salto: Milano e il contratto con l’agenzia francese Gamma, una delle più importanti al mondo. E siamo già nei primi anni ’90, le collaborazioni con le riviste diventano numerose, il Made in Italy è al suo apice, Signorelli segue anche le sfilate, ma i viaggi restano la priorità.

Pages 92/93

“Volevo girare il mondo e documentarlo, ricordiamoci che a quei tempi non c’era internet e se volevi vedere un posto dovevi andarci, come del resto anche adesso se vuoi davvero entrare nell’anima di un luogo, e inoltre dovevo sapere cosa cercare. L’Attualità era il mio scopo. Ogni viaggio mi insegnava qualcosa, capivo che in un’immagine dovevo catturare un modo di vivere, una particolare cultura, un avvenimento. Tutto in una foto”. Dall’Afganistan al Giappone, dall’America a Cuba, cercando sempre di ritagliarsi qualche servizio in Sicilia, per tornare a casa almeno per qualche giorno. E proprio in Sicilia nasce una delle sue specializzazioni: la fotografia industriale “Ero stato incaricato di fotografare la raffineria di Priolo, ho comprato l’attrezzatura adatta e mi sono messo all’opera. Un’industria è un luogo che non si ferma mai, dove si lavora ventiquattro ore su ventiquattro, dove gli operai si alternano nei turni, dove c’è una vita che altrove non esiste. Ritmi e ambienti che ho incrociato anche in centrali elettriche e fabbriche come l’Ilva di Taranto. Con pazienza certosina, e curiosità autentica, ho cercato l’anima di quei luoghi. L’ho cercata nelle stanze, nei soffitti, nelle scale, nei paesaggi circostanti, e nei visi delle persone che lavorano in posti difficili, spesso inaccessibili agli esterni, luoghi dove è difficile ambientarsi e dove, nonostante ciò, tanti uomini trascorrono la maggior parte della loro vita”. 

Pages 94/95

Quelle descrizioni di questi particolari luoghi di lavoro sono diventati dei reportage molto apprezzati, e usati anche per mostre. La più importante quella del 2019: “Lodz Unknown”, un reportage sulla città industriale della Polonia che, nato molti anni prima, è diventato un progetto a lungo termine. Infatti già nei primi anni duemila Enzo Signorelli aveva cambiato modo di interpretare il suo lavoro: basta stress, basta corse, basta attualità, comincia a fotografare con più calma, privilegiando anche la vita privata. “Paradossalmente le foto più belle le ho scattate in quel periodo. Ma sempre assolutamente solo per lavoro, la fotografia per me è sempre stata quello: un mestiere, la passione non basta”. Lavoro e passione si realizzano anche nell’amore per la terra e il richiamo di quella natia. Con le nuove tecnologie infatti non è più necessario stare a Milano. Si torna a casa, in Sicilia, sotto l’Etna. Domicilio a Nicolosi e uliveto a Ragalna: “Ho recuperato una vecchia proprietà di famiglia e, forte della mia esperienza, ho cominciato a lavorarla con la tecnica e l’estetica di un giardino giapponese. Rispettando la natura e creando un equilibrio tra bellezza e profitto. La nostra terra lavica è difficile da lavorare, ci sono impedimenti reali, ma io ho voluto lasciare l’ambiente integro, con una filosofia conservativa che nel tempo mi ha dato ragione”.
Nel suo terreno infatti ci sono ulivi secolari, che convivono in una biodiversità unica al mondo, che è diventata il marchio di fabbrica di una piccola, ma pregiata e pluripremiata, produzione di olio. “Qui tutto lavora in sinergia: alberi, pietre, muschi, licheni, fiori, api. In un equilibrio perfetto, naturale e secolare. L’armonia totale è il mio intento. In fondo, è davvero il frutto del mio lavoro che mi ha insegnato a guardare, comprendere e divulgare, sempre in maniera onesta ed obiettiva”. Uno stile di vita auspicabile e condivisibile. Un passo verso un futuro più rispettoso e sostenibile che adesso è una priorità, inderogabile.

[Riproduzione riservata]

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Sofia Catalano – Siciliana di nascita, milanese di adozione. Estroversa, comunicativa ed entusiasta, le manca il mare, anche se i paesaggi di montagna e le lunghe camminate la rilassano. Freelance da sempre collabora con quotidiani e periodici, spaziando dalla moda alla bellezza, con felici incursioni nel life style. Ama incondizionatamente gli animali, Leone dalla criniera grigia e fluente vive con la figlia Emma e il gatto Arancino, vero padrone di casa!

PROFESSIONE REPORTER/4 – Il ritratto di Clarissa Burt

Supermodel and actress Clarissa Burt introduces the final night of the Italian Selection for Miss Universe [© Enzo Signorelli photographer]

Clarissa Burt è una top model e attrice statunitense che ha sfilato sulle passerelle più importanti del mondo durante gli Anni Ruggenti della moda Italiana, tra gli anni ’80 e ’90. Alle bellissime modelle che hanno interpretato quel periodo d’oro – che ha consacrato il trionfo planetario degli stilisti italiani – il MOMA ha dedicato una mostra permanente a New York.

Ho fotografato moltissime volte Clarissa durante Milano Collezioni Donna, da Versace, Armani, Ferré, Genny, Krizia, Complice, Byblos, Biagiotti, Fendi, Missoni, Romeo Gigli, Gucci, Ferragamo… Ma il ritratto (quasi inedito) che amo di più è quello che ho realizzato durante le Finali Nazionali di Miss Universo.

Clarissa è anche un’attiva businesswoman, testimonial e produttrice. Nel 2000 organizzò in Italia le selezioni per il concorso di Miss Universo, culminate con la finale nazionale di Sciacca, in Sicilia, sulla splendida terrazza delle terme a picco sul mare. Faceva piuttosto freddo, come accade in alcune sere di primavera. Le concorrenti, arrivate in finale dopo le lunghe selezioni regionali, non si fecero intimorire e sfilarono tra gli applausi del pubblico, e dei genitori che le seguivano con amore. Io ero il fotografo ufficiale dell’avvenimento, incaricato dal mio giornale che era tra gli sponsor della manifestazione. Le ragazze erano bellissime e simpatiche, due di loro avrebbero ottenuto un contratto da due grandi agenzie di modelle. Ma la donna più bella e affascinante di tutte era sempre lei: Clarissa Burt.

Domani, 25 aprile, è il suo compleanno. Tanti auguri Clarissa!

© Enzo Signorelli per il testo e la fotografia – Riproduzione riservata

PROFESSIONE REPORTER/3 – I volti e i luoghi del lavoro

Night shift at Indesit Company dishwashing assembly line. Italy, 2007
[@ Enzo Signorelli photographer]

Sono sempre stato affascinato dai luoghi del lavoro. Per molte ragioni: sono spazi enormi, con geometrie e volumi del tutto particolari, spesso dotati di una forza enorme, temibile.  Costruiti dall’Uomo, che vi trascorre una parte rilevante della propria esistenza – forse la migliore -, non sono fatti per viverci. Una contraddizione che ho cercato di spiegare e di raccontare con le mie fotografie, durante un arco di tempo che dura ormai da quattro decadi. 

Ho incontrato e fotografato operai e grandi imprenditori, uomini e donne, con mansioni e incarichi di ogni tipo e livello. Lavoratori, manager, ingegneri, architetti, tecnici, progettisti, venditori, impiegati, guardiani e anche qualche figlio di buona donna. Gente di ogni estrazione sociale. Non ho mai trovato due volte la stessa situazione, muovendomi in una realtà non del tutto esplorata. Un mondo vastissimo quello del Lavoro, dove c’è dentro anche il mio.

© Enzo Signorelli

[Riproduzione riservata per fotografie e testo]

1992 Ravenna, Italy – Soybean Processing Plant [© Enzo Signorelli photographer]
Milano, 1996 – A worker at Carlo Vedani Aluminum Foundry [© Enzo Signorelli photographer]

Sondrio, Italy – The Edison High-Voltage Power Line at Stelvio Pass, Eastern Alps [© Enzo Signorelli photographer]
Trapani, Italy – Restoration work in the Church of the Holy Souls in Purgatory [© Enzo Signorelli photographer]

PROFESSIONE REPORTER/2 – Marina di Melilli storia di un paese che non c’è

Marina di Melilli (Siracusa) – Fotografie 1982-2006 – Un’abitazione abbandonata in quello che rimane del piccolo borgo marinaro raso al suolo negli anni ’60 e ’70. [© Enzo Signorelli photographer]

FOTOGRAFARE IL NULLA

Arrivai a Marina di Melilli la prima volta nel 1984. Ero un giovane fotoreporter alle prime esperienze, accompagnavo Roselina Salemi, una giornalista che mi raccontava la storia di un paese fantasma mentre guidavo sulla trafficatissima statale tra Catania e Siracusa. Marina di Melilli era un piccolo villaggio che era stato quasi completamente cancellato negli anni settanta per fare posto alle industrie del petrolchimico di Priolo-Siracusa. Alcuni abitanti non vollero andarsene, difesero le proprie case dalle ruspe che demolivano tutto, continuarono a vivere e respirare aria che bruciava i polmoni, circondati da trenta chilometri quadrati di impianti, serbatoi, tubi, navi, ciminiere, scarichi, fumi, rumori, vibrazioni e veleni.

Marina di Melilli – Fotografie 1982-2006. [© Enzo Signorelli photographer]

Ero preoccupato e curioso al tempo stesso. Fotografare qualcosa che non c’era non era impresa facile ed io volevo conquistarmi la fiducia della collega, già piuttosto conosciuta per le sue inchieste. Svoltammo a sinistra all’altezza della raffineria Isab ed entrammo in quello che restava del paese. Mi trovai di fronte una dozzina di costruzioni male in arnese, isolate tra strade invase dall’erba e dalla polvere. In mezzo non c’era nulla, la spiaggia era deserta e piena di detriti, le strade vuote, le case sembravano abbandonate. Guardai in alto verso la linea elettrica. I cavi erano al loro posto su vecchi pali di cemento, doveva esserci qualcuno.

Marina di Melilli – Fotografie 1982-2006 – Uno degli ultimi abitanti rimasti a Marina di Melilli con i suoi cani. [© Enzo Signorelli photographer]

Si avvicinò un uomo accompagnato da un cane che cominciò a raccontarci una storia. Dentro la macelleria vuota una signora aspettava clienti che non esistevano più, nel banco frigorifero non c’era nemmeno un pezzo di carne. Il fornaio mostrava gli attrezzi per fare il pane, ma non c’erano né acqua, né farina, né lievito e il forno era spento. In quello che rimaneva della strada principale passò il postino, poi due ragazzi che abitavano con la madre nella casa ricoperta di conchiglie. Una signora in vestaglia stendeva il bucato su una terrazza corrosa dalle polveri acide delle ciminiere vicine.

Marina di Melilli – Fotografie 1982-2006 – Salvatore Gurreri nella sua abitazione. [© Enzo Signorelli photographer]

Poco più in là abitava Salvatore Gurreri, un anziano signore che viveva con la compagna Lina in una villetta a pochi metri dal mare. Lottava da anni contro le industrie che volevano cancellare le ultime case di Marina di Melilli. Con le sue denunce, i ricorsi, le lettere mandate a tutte le autorità dello Stato e ai giornali difendeva la propria famiglia e la propria casa. Scattai alcune fotografie mentre, con l’indice alzato, raccontava dell’ultimo misfatto appena scoperto. Dormiva con un fucile da caccia, una vecchia doppietta centenaria, sotto il letto. Non si sentiva al sicuro. Lo incontrai ancora un paio di volte, prima che venisse assassinato da due killer nel 1992 per trecentomila lire. Della sua compagna Lina, che aveva combattuto nella Resistenza, e del fedele pastore tedesco che viveva con loro non ho più avuto notizie.

Marina di Melilli (Siracusa) – Fotografie 1982-2006. [©Enzo Signorelli photographer]

Tornai a Marina di Melilli altre volte, tentando ancora di fotografare il nulla. Nel 1983 c’erano dieci case abitate, poi sette, poi quattro, oggi nessuna. La casa di conchiglie è stata demolita per fare posto ad un grosso cantiere. Altre hanno fatto la stessa fine. La linea elettrica non c’è più, non si vedono panni stesi, non c’è posta da consegnare, non ci sono bambini che giocano. La casa di Salvatore Gurreri è ormai un cumulo di macerie tra gru enormi, cancelli arrugginiti e filo spinato.

Immagini, filmati e testo di © Enzo Signorelli

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